David Herbert Lawrence.
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La volpe.
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Traduzione di: Carlo Linati. 
1961. Garzanti Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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L'AUTORE.
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David Herbert Richards Lawrence (Eastwood, 11 settembre 1885. Vence, 2 marzo 1930)  stato uno scrittore, poeta, drammaturgo, saggista e pittore inglese, considerato tra le figure pi emblematiche del ventesimo secolo. Insieme a diversi scrittori dell'epoca, fu tra i pi grandi innovatori della letteratura anglosassone, soprattutto per le tematiche affrontate.
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LA VOLPE.
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Il vicinato le conosceva per i loro nomi di nascita: Bandford e March.
Esse avevano preso in affitto una fattoria e si proponevano di sfruttarla da sole. Avrebbero allevato dei polli e sarebbero vissute con questo reddito; e ai polli, pi tardi avrebbero aggiunto una mucca e uno o due vitelli. Ma sfortunatamente le cose non andarono bene.
Bandford era un cosino esile, delicato, con gli occhiali. Ma era lei la capitalista principale dell'impresa, poich March aveva poco o punto danaro. Il padre di Bandford, che era negoziante a Islington, aveva fornito all'impresa i primi soldi per via della salute della figlia alla quale voleva molto bene e perch tanto non pareva ragazza da doversi sposar mai. March invece era pi robusta ed aveva appreso l'arte del carpentiere e del falegname alle scuole serali di Islington. Essa avrebbe fatto da uomo nella fattoria.
Al principio ebbero con loro il nonno di Bandford, ch'era stato contadino, ma disgraziatamente il vecchio mor dopo un anno che si trovava a Baley Farm e le ragazze rimasero sole. Non eran pi giovani n l'una n l'altra, poich ambedue rasentavano la trentina, ma si misero all'opera con molto coraggio. Possedevano una quantit di galline, delle livornesi bianche e nere, delle Plymouth, delle Wiandotte, qualche anitra e due manzette sul prato. Una di queste, per disgrazia, rifiut ostinatamene di tenersi entro i recinti di Baley Farm e March ebbe un bel rafforzare la staccionata, la bestia usciva, raggiungeva liberamente il bosco o sconfinava nel pascolo vicino: e March e Bandford a correrle dietro, ma sempre con pi fretta che successo. Infine disperate, vendettero la manzetta e quando l'altra stava per mettere al mondo il suo primo nato, il vecchio mor, e le ragazze temendo il prossimo evento vendettero anche quella in un momento di panico, e limitarono le loro cure alle galline e alle anitre.
Sebbene con rincrescimento, fu un sollievo per tutte e due non aver pi del bestiame sulle braccia. Gi la vita non  fatta per esser vissuta in una perenne preoccupazione: le due donne si trovarono d'accordo su questo punto. Il pollame era per loro una preoccupazione pi che bastante. March aveva collocato il suo banco da carpentiere sotto alla tettoia e ci lavorava a fabbricar pollai, porte ed altre cose del genere.
I polli dimoravano nella pi vasta delle due costruzioni, che una volta aveva servito da fienile e da stalla. Avrebbero dovuto trovarsi assai bene in una dimora cos bella, e, a vero dire, il loro aspetto era eccellente, ma le due donne erano infastidite dalla tendenza ch'essi avevano a prendere delle strane malattie, e dalle loro continue esigenze e ancor pi perch si rifiutavano costantemente a far uova. Era March che si addossava la maggior parte dei lavori dell'aia. Quand'era fuori o in giro, con le gambe ravvolte nelle fasce, i calzoni corti, la giacca con la cintura e il berretto a cencio ella aveva quasi l'aria di un giovinetto grazioso e disinvolto: le sue spalle erano diritte, i suoi movimenti facili e sicuri se pure improntati ad una lieve indifferenza o ironia. Ma nel viso non aveva nulla di maschio: le ciocche dei suoi capelli neri e ricci le svolazzavano intorno al capo quand'ella si abbassava: aveva occhi grandi e cupi, occhi strani, come smarriti, paurosi e insieme sardonici. La sua bocca era quasi sempre serrata come per sofferenza o ironia. C'era in lei qualcosa di bizzarro e d'inesplicabile. Di solito se ne stava l in piedi o librata sopra un fianco a guardare lo zampettar delle galline su e gi per l'odiosa belletta del cortile in pendio e chiamava la sua favorita gallina bianca che subito rispondeva al suo nome. Ma vibrava un che di canzonatorio nei suoi grandi occhi neri quand'ella osservava il branco delle galline che razzolava qua e l sotto il suo sguardo e nella voce un'ironia un po' cattiva quando discorreva con la sua prediletta Patty che le beccuzzava la scarpa per dimostrarle il suo affetto.
Le galline non prosperavano a Baley Farm a dispetto di tutto ci che March faceva per loro. Quando alla mattina ella somministrava loro, secondo le prescrizioni, il pastone caldo, osservava che questo le rendeva baloge e sonnacchiose per delle ore intiere: e poi le vedeva appollaiarsi contro il pilastro della rimessa, nel languido lavorio della digestione. Sapeva benissimo che le galline per prosperare dovevano essere sempre occupate a razzolare, a cercar cibo qua e l. Decise allora di dar loro il pastone caldo alla sera, in modo che ci potessero dormir sopra la notte. Ma non ottenne resultati migliori.
Inoltre la situazione creata dalla guerra nuoceva al mantenimento del pollame. Il nutrimento era scarso e cattivo e quando fu stabilita l'ora d'estate, le galline rifiutarono ostinatamente di andar a dormire, come al solito, alle nove. Era gi abbastanza tardi poich March non si poteva dar pace se non quando fossero tutte rinchiuse e addormentate. Ora esse invece gironzavano qua e l senza gettare neppure un'occhiata al fienile, fino alle dieci e pi. Le donne sentivano il bisogno di leggere un po' e di fare verso sera qualche passeggiata in bicicletta: e March, ch'era una creatura di strani capricci e di gusti vari, avrebbe anche desiderato dipingere sulla porcellana dei bei cigni flessuosi su fondo verde o costruire un magnifico parafuoco secondo le regole dell'ebanisteria fine. Ma non era possibile. Quelle stupide galline glielo vietavano sempre.
V'era per un guaio peggiore. Baley Farm, che era una piccola dimora con un vecchio fienile di legno e una casa colonica a torrette, lontana appena un tiro di schioppo dal margine del bosco, era da tempo infestata dalla volpe. La volpe era diventata una vera ossessione per quei paraggi. Arrivava perfino a rubar le galline sotto al naso di Bandford e di March. Bandford appena udiva il suo rumore trasaliva e puntava gli occhi attraverso gli occhiali. Ma ecco un altro strido, ecco un altro starnazzare alle sue spalle. Troppo tardi, un'altra livornese di meno. Era davvero scoraggiante!
Le due donne facevano del loro meglio per rimediare a questa sciagura. Quando venne il permesso di uccidere le volpi, tutte e due, nelle ore propizie, montavano la guardia coi loro fucili. Fatica sprecata: la volpe le batteva in prontezza. E cos trascorse un secondo anno, poi un terzo: esse vivevano, come diceva Bandford, in pura perdita. Ma un'estate si risolsero ad affittare la casa ed andarsene ad alloggiare in un vecchio carro ferroviario fermo, come una specie di dpendance, in un angolo del campo. Questo almeno le divert e sollev un poco le loro finanze. Tuttavia l'avvenire si presentava oscuro.
Ancorch fossero le migliori amiche del mondo, perch Bandford, quantunque nervosa e delicata, era un'anima fervida e generosa e March, quantunque distratta e bizzarra, aveva una sua magnanimit, tuttavia in quella lunga solitudine tendevano a diventare un po' irascibili e a tediarsi l'una dell'altra. March sbrigava i quattro quinti del lavoro della fattoria e, bench non vi facesse caso, le sembrava che non ci fosse mai un momento di riposo, e questo effondeva talvolta una strana luce nei suoi occhi. Ma Bandford, sfinita di nervi, spesso si lasciava abbattere e March allora la trattava duramente. Sembrava, per cos dire, che la loro impresa perdesse terreno e che la speranza le abbandonasse mano mano che i mesi passavano. Tutte sole nei loro campi vicini al bosco, con la vasta regione che si stendeva intorno vuota e malinconica sino laggi alle tonde colline del Cavallo Bianco, si sarebbe detto ch'esse avessero domandato troppo alle loro forze. E nulla pi le sosteneva, nessuna speranza.
La volpe poi portava al colmo la loro disperazione. In quelle prime mattinate estive, non appena avevano lasciato uscire il loro pollame dal campo, dovevano armarsi dei fucili e far buona guardia: e la sera, appena imbruniva, ricominciare da capo. Era tanto furba la volpe! Strisciava fra l'erba folta, invisibile come un serpe, e aveva l'aria di voler circuire deliberatamente ed ingannare le due donne.
Una o due volte March aveva potuto vedere la sua ombra rossastra e la bianca estremit della sua coda in mezzo all'erba fitta, e aveva sparato. Ma la bestia manco se n'era dato per intesa.
Una sera March era l, coi suoi capelli raccolti sotto al berretto, in piedi, col dorso volto al sole cadente e il fucile sotto il braccio. Mezzo sveglia e mezzo trasognata, come al solito. Gli occhi bene aperti vigilavano, ma il suo spirito non faceva attenzione a ci che gli occhi vedevano. Sovente ella cadeva in quella specie di estatico smarrimento, le labbra serrate: tanto che si sarebbe dubitato che in quei momenti ella fosse proprio presente e cosciente a se medesima.
Gli alberi, all'orlo del bosco, erano oscuri, di un bel verde cupo. Era la fine d'agosto. A pochi passi di l i rami brulli ed abbronzati dei pini brillavano nell'aria. Pi da presso l'erba rude dai lunghi fili brunastri nei quali si rifletteva la luce, pareva sfavillar tutta. Il pollame gironzava intorno, le anitre solcavano ancora lo stagno, sotto ai pini. March guardava tutto questo, vedeva tutto questo senza... vedere. Udiva Bandford che parlava poco pi in l alle galline, ma non l'intendeva. A che mai pensava? Dio solo lo sapeva. La sua coscienza delle cose era per cos dire in sospeso. Abbass gli occhi, ed ecco all'improvviso la volpe!
Vide la volpe che guardava su verso di lei col muso chino e gli occhi rivolti all'alto, quasi a cercare i suoi. March ne fu atterrita e come ammaliata: e cap che l'altra la conosceva. La volpe fissava lei negli occhi ed ella ne ebbe l'anima come smarrita, ma l'altra la conosceva e non aveva paura. March allora lott, ritorn a poco a poco in s, ma soltanto per vedere la volpe che se ne andava via balzelloni, con una sua lenta impudenza, oltre ai rami caduti. La vide che si allontanava adagino gettando di tratto in tratto occhiate furtive all'indietro, al di sopra della sua spalla. La donna scorse da ultimo la bella coda impennata, le anche chiare e lucenti: finch la vide sparire dolcemente con la leggerezza di un soffio.
March imbracci il fucile, strinse le labbra, ma cap che la cosa era inutile, ch'era inutile tentare di far fuoco. Si mise allora a camminarle dietro, lentamente, ostinatamente, nella direzione ch'essa aveva preso. Sperava di ritrovarla, e di ritrovarla era risoluta in cuor suo. Non si ferm a considerare ci che avrebbe fatto quando l'avesse riveduta; ma era decisa di ritrovarla. E cammin cos svagatamente, lungo il margine del bosco. I suoi neri occhi s'eran dilatati e un pallido rossore ricopriva le sue guance. Non pensava, andava qua e l cos, smarritamente, in una bizzarra atonia di spirito.
Alla fine ebbe l'impressione che Bandford la chiamasse. Tese un poco l'orecchio poi si volse e rispose alla chiamata con una specie di grido: quindi a gran passi s'incammin verso la fattoria.
Il sole si coricava, rosso, e le galline salivano a piccoli salti verso i loro bastoni. March per un poco osserv le galline bianche e le nere raccogliersi verso il pollaio. Le guardava come fosse incantata, le guardava senza vedere: per la sua intelligenza d'automa l'avvert quando fu tempo di richiudere la porta.
Rientr per la cena che Bandford aveva disposto sulla tavola. Bandford chiacchierava volentieri. March sembrava ascoltarla con quella sua maniera distante, maschile, e di rado rispondeva qualche breve parola. Era sempre come in una specie d'ipnosi; e finita la cena si alz subito per uscire, senza dire dove andasse.
Riprese il fucile e si mise in cerca della volpe. Ora le pareva che lo sguardo sornione della bestia le fosse entrato dentro al cervello. Non che ella pensasse a lei, ma ne era come invasa. Vedeva ancora dinnanzi a s il suo occhio scuro, malizioso, sfrontato che guardava dentro di lei, che pareva dirle che la conosceva: sentiva che invisibilmente essa dominava tutto il suo spirito. Rivedeva il modo con cui aveva abbassate le mascelle levando gli occhi su lei, rivedeva il suo muso, il suo corpo di un bruno dorato, di un bianco grigiastro. E ancora la vedeva quando partendosene sbirci lei, al di sopra della spalla, con un fare mezzo invitante e mezzo sprezzante.
Cos andava March lungo il margine del bosco, coi suoi grandi occhi lucenti e spaventati e con lo schioppo sotto il braccio. E la notte cadeva e una grande luna si levava al di sopra dei pini. Allora Bandford nuovamente chiam.
March rientr in casa silenziosa e svelta. Esamin il fucile, lo ripul distratta al lume della lampada, poi usc ancora sotto la luna piena per vedere se tutto era in ordine. Quando vide le cime dei pini stagliare sullo sfondo rosso sangue del cielo, il suo cuore riprese a battere. Si ricord della volpe. Si mise ancora attorno a cercarla con lo schioppo.
Trascorse qualche giorno prima ch'ella si decidesse a raccontare l'accaduto a Bandford. Ma una sera le disse:
"La volpe era ai miei piedi, sabato scorso sera."
"Dove?" domand Bandford sbarrando gli occhi dietro le lenti.
"Quando ero l presso allo stagno."
"E le hai sparato?"
"No."
"Perch?"
"Oh, forse per la troppa sorpresa."
Era la stessa maniera di parlare laconica e lenta che March aveva sempre. Bandford guard la sua amica per qualche minuto.
"E l'hai vista?"
"Credo bene! Aveva gli occhi alzati su di me. Freddi come ghiaccio."
"Guarda un po'," esclam Bandford. "Che faccia tosta! Non ha paura di noi, Nellie."
"Oh no."
"Peccato per che tu non abbia sparato."
"Vero? Da allora le ho sempre dato la caccia, ma non credo che vorr ritornare tanto presto."
"Non lo credo neanch'io," disse Bandford.
Ed ella dimentic l'avventura, quantunque fosse pi indignata che mai per l'impudenza di quella mariuola. March, poi, da parte sua, non si rendeva conto ch'era continuamente costretta a pensare alla volpe, ma tutte le volte ch'ella ricadeva in quella sua estasi trasognata o ch'era semi assorta o semi cosciente di quanto passava sotto ai suoi occhi, l'immagine della volpe balzava intera nella sua sensibilit, invadeva il suo sogno.
Cos per delle settimane, cos per dei mesi. Ch'ella si arrampicasse sugli alberi per cogliere le mele o scuotesse le ultime prugnette nere o scavasse il fossato di scolo presso alla pozza o ripulisse la cascina, quando aveva finito e raddrizzandosi si ravviava le ciocche ribelli sulla fronte, ecco ella serrava la bocca in una strana maniera che la rendeva quasi vecchia e le ritornava in mente l'incantesimo della volpe: quell'incantesimo che la bestia sorniona aveva gettato su di lei nel momento in cui l'aveva guardata. Le pareva perfino di respirarlo quell'odor di bestia! Odore che sorgeva in lei a momenti precisi; la sera nell'ora che andava a coricarsi o nel momento giusto che versava l'acqua bollente nella teiera, l'immagine della volpe le piombava addosso come un sortilegio.
Cos passarono mesi. Ella cercava sempre la volpe, macchinalmente, quando si dirigeva dalla parte del bosco. Era ormai diventato un fatto determinato dal suo spirito, uno stato d'animo non gi continuato, ma che si rinnovava sempre in lei, metodicamente. Non sapeva bene cosa sentisse o pensasse, ma ecco che di colpo ella si ritrovava nello stato d'animo di quando essa l'aveva guardata.
Poi vennero le serate tenebrose, il nero e pigro novembre in cui March andava attorno con gli stivaloni affondando nel fango fino alle caviglie. La notte cominciava a cadere alle quattro e il giorno pareva non volesse spuntar mai. Le donne temevano quel tempo. Avevano in uggia l'oscurit quasi continua che ravviluppava la loro fattoria isolata presso al bosco. Bandford ne provava un vero terrore fisico. Aveva paura dei vagabondi. Per March pi che spavento era un intimo disagio e malessere. S, ella si sentiva turbata in tutta la persona.
D'ordinario prendevano il t nel salottino. March appena sceso il crepuscolo accendeva il fuoco, vi abbruciava la legna che aveva segata durante il giorno. E allora la lunga serata incominciava, tenebrosa e greve d'umidit al di fuori, solitaria e un po' lugubre all'interno. A March piaceva starsene l zitta, ma Bandford non sapeva star tranquilla. Soltanto il brusio del vento fra i pini o lo sgocciolio dell'acqua bastava ad eccitarla.
Una sera avevano appena finito di lavare la stoviglia in cucina e March s'era messa le pantofole e aveva ripreso il lavoro d'uncinetto al quale accudiva lentamente di tanto in tanto, e lavorava in silenzio. Bandford invece guardava il rosso fuoco, che essendo un fuoco di legna reclamava un'attenzione continua, e non voleva mettersi a leggere troppo presto perch i suoi occhi non sopportavano la minima fatica. Era dunque l con gli occhi fissi al fuoco, l'orecchio intento ai rumori lontani: bestiame muggente, vento umido e triste, stridore del treno della sera sulla piccola strada ferrata. Era quasi affascinata dal braciere.
D'improvviso le due donne trasalirono ed alzarono il capo. Avevano udito un passo, distintamente, al di l della porta. Bandford ne fu pietrificata dallo spavento. March si pose in ascolto: poi rapidamente si accost all'uscio di cucina. I passi risuonarono ancora presso l'entrata. Esse aspettarono un secondo, poi videro la porta aprirsi dolcemente. Bandford emise un grido. Poi una voce d'uomo disse:
"Ehi l!"
March indietreggi ed afferr il fucile in un angolo della stanza.
"Che volete?" grid con voce dura.
Di nuovo la voce dell'uomo ripet dolcemente:
"Oh! Che c'?"
"Badate che sparo," grid March. "Che volete da noi?"
"Che c', vediamo un po', che c'?" fece la voce dolce, stupita, e un po' spaventata. E un giovine soldato col suo pesante sacco sulle spalle s'avanz lentamente nella luce pallida.
"Di grazia," domand, "chi sta qui di casa?"
"Noi," disse March. "Che volete?"
"Oh..." fece con aria di sorpresa il giovine soldato con una nota prolungata e melodiosa. "Cos, non  William Grenfel che abita qui?"
"No, lo sapete bene."
"Io? Ma no, non lo sapevo affatto. Egli abitava qui un tempo, poich era mio nonno, ed io stesso ho abitato qui cinque anni or sono. Che  successo di lui?"
Come il giovine - o il giovinetto, poich egli non dimostrava pi di vent'anni - si fece avanti e si ferm sulla soglia, March, gi sotto l'influsso della sua strana voce, una voce assai dolce e musicale, lo guard fissamente come affascinata. Egli aveva un viso fiorente, rotondetto, capelli biondastri piuttosto lunghi che il sudore gl'incollava sulla fronte e occhi azzurri, molto vivaci e penetranti. Sulle guance, sulla pelle fine e fresca, una villosit bionda simile a peluria, ma pi rude, dava al suo viso una specie di lucentezza. Il sacco pesante che recava sulle spalle lo teneva curvo, con la testa tesa in avanti. Aveva il cappello in mano con negligenza e il suo sguardo chiaro e vivo si posava ora su una donna or sull'altra, fermandosi soprattutto su March. Essa era l in piedi, pallida, i grandi occhi dilatati, i capelli raccolti in un nodo sulla nuca. Teneva sempre in mano il fucile. E dietro di lei stava Bandford aggrappata ai braccioli del sof col capo voltato da una parte.
"Credevo che mio nonno abitasse qui," fece il giovane. "Sarebbe forse morto?"
"Sono tre anni che noi abitiamo qui," disse Bandford che cominciava a riprendersi scorgendo qualcosa di monellesco in quella testa tonda dai lunghi capelli incollati dal sudore.
"Tre anni? E non sapete chi c'era prima qui?"
"So che c'era un vecchio che viveva solo."
"Perbacco, ma  lui! E dove s' cacciato adesso?"
" morto, so ch' morto."
"Morto!"
Il giovine guardava le due donne senza mutar colore n espressione. Se c'era un'espressione sul suo viso era, oltre ad un po' di sorpresa e di delusione, una curiosit per quelle due creature, la curiosit viva, impersonale di quella giovine testa rotonda.
Per March egli era la volpe. Quel capo proteso in avanti su cui brillava la fine peluria biondastra, quel capo dagli occhi chiari e vivi... S, quel giovine era la volpe, era la volpe ed ella non poteva vederlo altrimenti.
"Ma come mai non sapevate se vostro nonno era morto o vivo?" domand Bandford ritrovando la sua naturale asciuttezza.
"Giusto!" fece il giovinetto con voce cortese. "Potete immaginare, mi sono arruolato al Canad e per tre o quattro anni non ho pi sentito parlar di lui."
"E ora venite dalla Francia?"
"Da Salonicco, per esser giusti."
Vi fu un silenzio, nessuno sapeva cosa dire.
"E cos ora non avete da alloggiare?" domand Bandford piuttosto rudemente.
"Oh, conosco gente in paese. In ogni caso posso andare al "Cigno"."
"Sarete venuto col treno, vero? Volete sedere un momento?"
"Grazie, non si rifiuta."
Si sbarazz del sacco, mandando un piccolo grugnito. Bandford guard March.
"Metti gi lo schioppo," disse, "e prepara una tazza di t."
"Ben detto," fece il ragazzo. "Ne abbiamo visti abbastanza di fucili." E sedette un po' stanco, sul canap, piegandosi in avanti.
March ritrov la sua presenza di spirito e si rec in cucina. E di l sentiva la voce carezzevole del giovine che diceva:
"Ah bene, e pensare ch'io dovevo ritornare per trovar le cose in questo stato!"
Ma non sembrava affatto triste, soltanto un po' sorpreso e preoccupato.
"E che cambiamento qui alla bicocca eh?" continu girando uno sguardo su tutta la camera.
"Ci vedete dei cambiamenti?"
"Io direi."
I suoi occhi, quantunque avessero la vivacit di un'abbondante salute, parevano pi chiari e brillanti del vero.
March in cucina sfaccendava a preparare un secondo pasto. Ma nel frattempo stava attenta al giovine che si trovava in salottino, e le piaceva soprattutto la dolcezza della sua voce. E serrava le labbra e le contraeva sempre pi come quando cuciva, sforzandosi di tener in briglia la sua volont. Ma i suoi grandi occhi si dilatavano a suo malgrado, e sfavillavano: le pareva di perdere la testa. Rapidamente e senza cura prepar il pasto formando delle grandi tartine di pane e margarina, poich non c'era burro. Si tortur poi il cervello a immaginare che cosa poteva aggiungere al men, visto che non v'era che pane, margarina e marmellata e che la credenza era vuota. Incapace di trovar altro, entr nel salottino col vassoio.
Non voleva essere notata, e soprattutto non voleva ch'egli la guardasse. Ma quando ella si mise a preparar la tavola proprio dietro al giovine, egli lasci la sua comoda posizione mezzo a sdraio e si volse a sbirciarla al di sopra della spalla. March impallid.
Ora il giovinetto la seguiva con lo sguardo quand'ella si curvava sopra alla tavola, guardava le sue gambe sottili e ben fatte, la giacca ricadente intorno alle cosce, il nodo bruno dei capelli, e di nuovo la sua curiosit si risvegli impetuosamente.
La lampada col suo paralume verdescuro non rischiarava che una met della camera. La faccia del giovine si muoveva in piena luce; ma March, laggi, sembrava un'ombra.
Ella fece un mezzo giro, col viso da un lato, chinando e rialzando le ciglia nere. Poi la sua bocca parve spianarsi per dire a Bandford:
"Vuoi servire?"
E ritorn in cucina.
"Prendete pure il vostro t, stando l dove siete," disse Bandford al giovine, "a meno che non preferiate venire alla tavola."
"Sto benissimo qui, su questo sof. Se non vi fa niente mangio qui."
"Non c' che pane e marmellata," diss'ella. E pos il piatto su uno sgabello accanto a lui.
Essa pareva molto contenta di servirlo, perch era donna che amava la compagnia. Ed ora quel ragazzo non le faceva maggior paura che se fosse stato un suo fratello minore. Era cos monello...
"Nellie!" chiam poi. "Ti ho servito una tazza."
March allora comparve nel vano della porta, prese la tazza e sedette in un angolo, il pi lontano possibile dalla luce. Non sapeva dove metter le ginocchia. Senza troppa veste per ricoprirle e obbligata, stando seduta, a esporle arditamente, ella soffriva. E si ritraeva indietro sforzandosi di non esser vista. Ma il giovinetto, dal divano, puntava su lei i suoi lunghi sguardi, tanto che la povera March avrebbe voluto essere a cento piedi sotto terra. Tuttavia riusc a tenere la sua tazza in equilibrio, bevve il suo t, poi strinse le labbra e si volt dall'altra parte. Il suo desiderio di essere invisibile era cos forte che riusc a sconcertare il giovine. Ed egli s'indispettiva di non poterla vedere tutta e bene: ombra nell'ombra. E sempre i suoi occhi tornavano a quell'ombra con un'attenzione della quale non si sentiva padrone.
In questo frattempo egli parlava dolcemente con Bandford, che nulla amava quanto il chiacchierare, e ch'era piena di una sua piccola e vana curiosit d'uccello. E poi si mise a mangiare, rapidamente, voracemente, tanto che Bandford dov preparargli altre tartine di pane e margarina; e si scus per la grossolanit del cibo.
"Ebbene," disse March che finalmente si decise ad aprir bocca, "se non c' burro  inutile che tu faccia delle fette tanto sottili."
Di nuovo il giovine la osserv e rise di un suo riso fine, rapido, che gli scopriva i denti e gli fece arricciare il naso.
"Giusto, giusto," approv con la sua voce dolce e familiare.
Era nato ed era stato educato in Cornovaglia. A dodici anni era venuto a Baley Farm con suo nonno, ma con lui non era andato mai d'accordo. Poi, per un colpo di testa, era emigrato nel Canad ed aveva lavorato molto lontano, nell'Ovest. Ed ora... eccolo l. Era tutta la sua storia.
Quelle donne eccitavano stranamente la sua curiosit. Che facevano di preciso? Le sue domande erano quelle di un giovine contadino, spicce, pratiche, un po' ironiche. Si divertiva molto ai loro propositi, alle loro incapacit.
"Oh," fece March, "noi non crediamo mica che il lavoro sia tutta la vita."
"No?" rispose lui, e di nuovo un riso pronto e giovanile si effuse sul suo volto. Ma egli teneva lo sguardo fisso sulla donna, ombra dell'angolo.
"E che farete quando vi sarete mangiato tutto il capitale?"
"Non so," rispose March laconicamente. "Forse ci impiegheremo presso dei contadini."
"S, ma ora che la guerra  finita non ci sar pi lavoro per donne, nei campi."
"Be', vedremo. Cercheremo di star qui ancora un po' di tempo," disse March con un'indifferenza mezzo pensosa e mezzo ironica.
"La vostra baracca qui ha bisogno di un uomo," diss'egli dolcemente.
Bandford scoppi a ridere.
"Eh, badate a quel che dite, giovinotto. Noi crediamo di poter far a meno di un simile aiuto."
"Oh," fece la voce lenta e strascicata di March, "temo che la questione non sia l. Quando si mette su una fattoria bisogna tirare il carro da mane a sera come bestie."
"Lo credo bene," fece il giovine. "E questo vi piace poco, eh?"
Si raggomitol sul sof con la faccia contratta dal riso, un riso silenzioso ma effuso. Il calmo disdegno di quelle due donne gli piaceva assai.
"E perch dunque," domand, "vi siete presa questa gatta da pelare?"
"Oh," disse March, "noi avevamo allora una opinione migliore della natura delle galline."
"Temo della natura in generale," precis Bandford. "La natura! Non me ne parlate." E di nuovo la faccia del giovine si allarg ad una deliziosa risata.
"Non avete un gran concetto, si vede, n delle galline n del bestiame," diss'egli.
"No, pessima," ribatt March.
Altra risata.
"N delle galline, n delle manzette, n delle capre, n del tempo!" riprese Bandford.
Egli sfren un acuto sussulto di risa. Era come rapito. Tanto che anch'esse si misero a ridere insieme a lui e March strinse le labbra dall'ilarit.
"Oh, bene," disse Bandford, "a noi cosa importa? Vero, Nellie?"
"S," disse March, "proprio nulla."
Il giovine si divertiva molto. Aveva mangiato e bevuto a saziet. Bandford si mise a fargli molte domande. Egli si chiamava Henry Grenfell; non Harry, ma Henry. E continu a rispondere con una semplicit grave, piacevole, cortese. March, che non prendeva parte al colloquio, dal suo angolo gettava lunghe e lente occhiate al giovinetto che stava l sul divano con le mani congiunte sopra le ginocchia, il viso chiaro e sveglio proteso sotto la lampada, verso Bandford. A poco a poco ella fu tranquilla, poich egli personificava per lei la volpe, ed era l in carne ed ossa.
No, adesso non aveva pi bisogno di correr dietro alla volpe. L, nell'ombra del suo cantuccio ella s'abbandonava ad una pace calda, contenta, quasi simile a sonno, ed acconsentiva all'incantesimo ch'era stato gettato su di lei. Tuttavia desiderava restare nascosta. Non si sentiva pienamente in pace se non quando egli la dimenticava, chiacchierando con Bandford. Nel suo oscuro nascondiglio non aveva pi bisogno di contrastare con se stessa, di mantenersi su due piani di coscienza. Poteva alla fine lasciarsi avviluppare da quell'odor di volpe.
Poich il giovine seduto al fuoco, nella sua uniforme color kaki, esalava per la stanza un odore fievole ma distinto e nello stesso tempo indefinibile, come l'odore di una creatura selvatica. March non pretendeva pi di sfuggirgli, era tutta buona e tranquilla ora l nel suo cantuccio, simile ad una piccola bestia passiva in fondo alla sua tana.
Alla fine la conversazione langu. Il giovine smise di tenere le mani sulle ginocchia, si stir un poco e si guard intorno. E di nuovo s'accorse della donna silenziosa, quasi invisibile.
"Ebbene," disse involontariamente, "adesso me ne andr, perch altrimenti al "Cigno" trover tutti a letto."
"Temo lo siano gi," disse Bandford. "Hanno preso l'influenza."
"Ebbene, prover altrove."
"Vorrei potervi dire di restare qui..." cominci Bandford, "ma..."
Egli si volse e la guard.
"Ebbene?"
"Le convenienze, sapete..."
Era un po' confusa.
"Non sarebbe conveniente, eh?" fece lui con dolcezza.
"Oh, noi non badiamo a queste cose," disse Bandford.
"E neanch'io," egli soggiunse con ingenua gravit. "Dopo tutto, in un certo senso, qui  casa mia."
Queste parole fecero sorridere Bandford.
"No, io pensavo a ci che se ne pu dire attorno," fece lei.
Ci fu un istante di silenzio.
"Che te ne pare, Nellie?"
"Per me fa lo stesso," rispose March col suo tono schietto. "Comunque, per il villaggio ci non ha nessuna importanza."
"Infatti," rispose il giovine amabilmente. "E perch ne avrebbe? Forse che lo riguarda?"
"Oh, per questo," disse la voce trascinata e laconica di March, "troveranno facilmente da criticare. Ma perderanno il loro tempo. Ai fatti nostri badiamo da sole."
"Sicuro," esclam il giovine.
"Bene, allora restate, se volete," concluse Bandford. "La stanza degli ospiti  pronta."
La faccia del giovine brill di piacere.
"Se siete sicure che non vi disturbo troppo..." fece egli con l'amabile cortesia che lo distingueva.
"Oh, nessun disturbo," affermarono insieme le due donne.
Il suo sguardo andava dall'una all'altra, sorridente di gioia.
"Sono tanto contento di non dover ripartire."
"Lo credo bene," disse Bandford.
March si rec a preparare la camera. Anche Bandford era contenta e premurosa e provava lo stesso piacere a occuparsi di lui come si trattasse di un suo giovine fratello tornato dalla Francia. Il suo calore e la sua naturale amabilit potevano ora espandersi e il giovine si compiaceva delle sue attenzioni da sorella. Era per un po' turbato al pensiero che March stava lavorando silenziosamente per lui in cucina. Donna cos strana, muta e segreta, a lui pareva di non averla neanche veduta: aveva l'impressione che se l'avesse incontrata per via non l'avrebbe riconosciuta.
Quella notte March fece un sogno molto chiaro. Le pareva di udire al di fuori della casa un canto che non poteva intendere, un canto che si aggirava intorno alla casa, pei campi, nelle tenebre. E questo canto la commoveva al punto che non poteva far a meno di piangere. Allora usciva e a un tratto vedeva ch'era la volpe che cantava. La volpe era molto gialla e chiara, come il grano. Lei si avvicinava alla bestia, ma questa spiccava un salto e improvvisamente cessava di cantare. Le pareva molto vicina tanto che le venne anche voglia di toccarla. Stendeva la mano ma ecco che d'un tratto la volpe la addentava per un polso e nel medesimo istante, mentre ella ritraendosi si volgeva per fuggire, le spazzava il viso con un colpo di coda s che a lei pareva che quella coda fosse fuoco, che la inaridisse e le bruciasse le labbra facendole molto male. Dal dolore si dest e si trov l distesa, tremante, come se realmente fosse stata toccata dal fuoco.
Tuttavia al mattino il sogno non le parve pi che un ricordo lontano. Si alz e si diede a rassettare la casa e a governare il pollame. Bandford si rec al villaggio in bicicletta per comperarvi dei viveri. Era creatura ospitale. Ma, ahim, nel 1918 vettovaglie non ve n'erano da vendere. Il giovine discese dalla sua camera in maniche di camicia. Era svelto, fresco, ma camminava un po' con la testa in avanti, il che lo faceva parere curvo come se avesse una leggera contrazione alla spina dorsale. Ma non doveva essere in lui che una cattiva abitudine, poich era giovine e vigoroso. Usc intanto che le donne preparavano la colazione.
Vide tutto, pass tutto in rassegna. La sua curiosit era pronta e insaziabile. Confrontava lo stato attuale delle cose con quello del quale si ricordava, e rifletteva sull'effetto di questi mutamenti.
Osserv le galline e le anatre per studiare il loro stato di floridezza. Segu cogli occhi un volo di piccioni selvatici che passava al di sopra del suo capo: erano molto numerosi; scorse sulla cima dei rami qualche mela che March non aveva potuto raggiungere e not che le due giovani donne avevano preso a prestito una pompa per svuotare la grande cisterna d'acqua dolce che si trovava nella parte settentrionale della casa.
" una bella catapecchia," disse egli alle donne sedendo a tavola.
Aveva occhi intelligenti, infantili. Non parl molto, ma mangi copiosamente. March teneva il capo voltato. In quelle prime ore del mattino ella non pot risentire pienamente l'effetto della presenza del giovine, sebbene qualcosa della sua chiara uniforme kaki le rammentasse il fulgore giallastro della volpe del suo sogno.
Durante il giorno le donne attesero alle faccende domestiche. Egli si occup dei fucili, poi uccise un coniglio e un'anitra selvatica che volava alto in direzione del bosco: e fu questo un gran vantaggio per la dispensa. Tuttavia non si fece nessun cenno della sua partenza.
Nel pomeriggio si rec al villaggio e ritorn all'ora del t. Aveva nella sua faccia tonda lo stesso sguardo vivo e penetrante. Appese come fosse sopra pensiero il cappello ad un attaccapanni, con un piccolo gesto oscillante.
"Ed ora cosa debbo fare?" disse sedendosi.
"Come dire?" ribatt Bandford.
"Dove trovo un alloggio in paese?"
"Non so," disse Bandford. "Dove vi farebbe piacere di alloggiare?"
"Ebbene," egli esit, "al "Cigno" hanno tutti questa maledetta influenza e il "Vomere"  pieno di soldati che requisiscono il fieno per l'esercito. Di pi, a quanto mi dicono, nelle case private ci son dieci uomini e un caporale. Con tutto ci trovatevi una cuccia!"
Lasci a loro la cura di risolvere il quesito. Era del resto abbastanza tranquillo su questo punto.
March teneva i gomiti sulla tavola, il mento appoggiato sulle mani, gli sguardi inconsapevolmente rivolti verso il giovine. Ad un tratto egli alz gli occhi azzurri coperti da una nube leggera e senza tante esitazioni li piant dritti negli occhi di March. Egli trasal ed ella pure. Poi egli arretr un poco. Quando volse la testa da un lato, March sent sprizzare da quelle pupille e caderle sull'anima la stessa scintilla di furberia, di derisione e d'intelligenza che era sprizzata dagli occhi neri della volpe, e strinse la bocca come soffrisse.
"Bah, non so," diceva Bandford, ed esitava come temesse d'essersi ingannata. Poi guard March, ma la sua povera vista torbida non riusc a distinguere in lei che un'abituale espressione di semiassenza.
"Perch non parli, Nellie?"
March restava l muta ed inerte, e il giovine continuava a fissarla come affascinato.
"Suvvia, rispondi."
March volt leggermente la testa da una parte, come ripigliasse coscienza o tentasse di riprendere contatto con le cose.
"Che vuoi che ti dica?" domand come un automa.
"Di' cosa pensi."
"A me la cosa  perfettamente indifferente."
Nuovo silenzio. Sembrava che negli occhi del giovine ci fosse come un bagliore mordente, penetrante come un trapano.
"Anche a me," disse Bandford. "Potete restar qui, se volete."
Un sorriso simile ad una piccola fiamma astuta pass sul viso del giovine, improvviso e involontario. Poi egli abbass il capo rapidamente per nascondere quel sorriso.
"Potete restar qui, se volete, a far quel che vi piace, Henry," concluse Bandford.
Egli non rispose neppur allora, ma rimase un poco a capo chino; ma poi alz il viso che brillava di una luce intensa, quasi trionfante e i suoi occhi erano stranamente chiari. Guard March. Ella volse la testa: aveva la bocca dolorosa, l'aria assente.
Bandford rimase un po' imbarazzata. Osserv lo sguardo acceso di Henry mentre gli occhi di lui si posavano su March e un impercettibile sorriso illuminava la sua faccia. E non comprendeva come facesse a sorridere perch in realt nessuno dei suoi tratti si scomponeva.
Poi egli si volt verso Bandford con uno sguardo interamente mutato.
"Veramente," egli disse con la sua voce dolce e cortese, "voi siete la bont in persona. Troppo buona. Non vi date pensiero di me, vi prego."
"Affetta un po' di pane, Nellie," disse Bandford con qualche esitazione. Poi aggiunse: "Non  proprio il caso di darsi pensiero. Restate, se ci vi fa piacere. Mi parr di aver qui per qualche giorno mio fratello, che ha la vostra et."
"Molto gentile da parte vostra," ripet il giovine, "resterei qui tanto volentieri, se fossi sicuro di non disturbarvi."
"No, no. Vi assicuro che  un piacere per noi aver qui qualcuno che ci fa compagnia," afferm la generosa Bandford.
"Ma, e la signorina March?" fece Henry con la sua voce dolce, guardando l'altra donna.
"Oh, per parte mia va bene cos," disse March vagamente.
La faccia del giovine divent raggiante, quasi egli si fregava le mani dalla contentezza.
"Bene, allora avr caro se mi lascerete pagare la mia pensione e darvi una mano nelle faccende."
"Non  il caso di parlare di pensione," disse Bandford.
Passarono un giorno o due, e il giovine era sempre l. Bandford era interamente dominata dal suo fascino: un giovine cos amabile, cos garbato nel parlare, che non bramava tanto discorrere, ma preferiva piuttosto di stare l ad ascoltare ci che gli diceva e a ridere insieme a lei col suo riso pronto, lievemente ironico. Dava volentieri all'azienda il suo contributo di lavoro, ma non troppo grande, e gli piaceva piuttosto di passare il suo tempo fuori di casa col fucile tra le mani, solo, a vedere, a spiare. Nella sua vaga curiosit era insaziabile, ed il suo grande godimento era di starsene solo, seminascosto ad osservare.
Soprattutto osservava March. Quella figliola gli sembrava ben strana. La sua figura simile a quella di un grazioso giovinetto eccitava la sua curiosit. I suoi occhi scuri, quand'egli vi immergeva lo sguardo, gli sollevavano l'anima e gli davano una emozione, un'agitazione bizzarra che egli temeva di lasciar trasparire ad ogni momento, cos divorante, cos segreta. E poi il suo modo di parlare tanto familiare e sagace lo faceva ridere a gola spiegata. Comprendeva che doveva essere una donna intraprendente, si sentiva irresistibilmente attratto verso di lei; ma poi subito scacciava quel pensiero e raggiungeva il margine del bosco col suo fucile.
Quando torn a casa cadeva il crepuscolo e col crepuscolo una fine pioggia di tardo novembre.
Scorse da lungi la luce vacillante del fuoco attraverso la finestra del salotto, un bagliore danzante in mezzo al piccolo gruppo di fabbricati oscuri. E pensava che sarebbe stata una gran bella cosa possedere quel luogo. Fu allora che sorse in lui un pensiero astuto: perch non sposare March? Su questo pensiero si ferm qualche minuto in mezzo al campo con in mano il coniglio morto, spenzolante. Il suo spirito rimase come sospeso nello stupore di quell'idea. Per un po' egli parve calcolare le possibilit, poi sorrise bizzarramente a se stesso: ebbene, perch no? Perch non la sposerebbe? L'idea era buona. E che importava poi se anche un po' ridicola? Ella era pi vecchia di lui? Poco male. Quando pensava ai suoi occhi neri, smarriti e trepidanti, si ritrovava a sorridere argutamente tra s. In realt era lui il maggiore. Era lui che la dominava.
Osava appena confessare a se medesimo la sua intenzione. Anche dentro s serbava il segreto. Tutto era ancora troppo prematuro, bisognava stare a vedere come si mettevano le cose. S, bisognava vedere. Se egli non era prudente a sufficienza ella avrebbe semplicemente deriso quella sua idea. Egli sapeva, sottile e furbo com'era, che se si fosse presentato a lei dicendo: "Signorina March, io vi amo e desidero sposarvi", l'inevitabile risposta sarebbe stata: "Uscite, non voglio saperne di simili sciocchezze." Perch tale, infatti, era l'atteggiamento ch'ella aveva verso gli uomini e le loro sciocchezze. Se non era prudente ella avrebbe rivolto verso di lui il suo crudele e sardonico scherno e lo avrebbe scacciato per sempre dalla fattoria e dalla sua mente. Doveva essere cauto e ghermirla, per cos dire, come si fa alla caccia del cervo o del beccaccino. Non giova andare nella foresta e dire alla selvaggina: "Prego, cadi sotto il mio colpo." No, occorre una battaglia lenta e delicata. Quando veramente si va alla caccia di un cervo, bisogna raccogliersi, camminare curvi, e procedere copertamente, prima dell'alba, in mezzo alle montagne. Cacciando non  tanto quello che si fa, quanto quello che si sente. Bisogna essere astuti, furbi, preparati, assolutamente, fatalmente. Allora diventa come un destino. Il vostro proprio destino raggiunge e suscita il destino della bestia che voi cacciate. E ancora prima di essere in vista della preda, gi si scatena tra voi e la bestia una strana battaglia, quasi magnetica. La vostra anima di cacciatore  andata ad impastoiare l'anima del cervo prima ancora che voi abbiate scorto la bestia. E l'anima della bestia lotta per sfuggire, ma prima ancora che vi abbia fiutato ella si divincola in vostro potere. Nell'invisibile si combatte questa sottile e profonda battaglia della volont: una battaglia che non ha termine se non al momento in cui la palla produce il suo effetto. Quando siete arrivati al momento giusto e siete finalmente a portata della preda, voi allora non prendete la mira come se si trattasse di tirare a una bottiglia; ma  la vostra stessa volont che porta il proiettile nel cuore della vittima. L'arrivo della palla alla sua meta  una semplice proiezione del vostro destino nel destino del cervo:  meno un tratto di destrezza che la realizzazione di una vostra suprema bramosia, di un supremo atto di volont.
Egli era cacciatore nell'anima, non agricoltore o soldato, inquadrato in un reggimento. Ed era da giovane cacciatore che voleva ghermire March, come una preda, per fare di lei la sua donna.
Si raccolse dunque astutamente in s e parve ricoprirsi di una specie di invisibilit. Non era interamente sicuro del modo come avrebbe dovuto procedere, e March d'altronde era diffidente come una lepre. E cos rimase in apparenza il giovane straniero amabile e bizzarro che si trovava l a passare una quindicina.
Quel pomeriggio egli aveva segato dei ceppi per il camino. Venne buio presto. C'era sempre una nebbia fredda e pungente ed oramai era quasi troppo buio per vederci. Un mucchio di ceppi segati giaceva vicino al cavalletto: intanto che stava segando l'ultimo, venne March a prenderli per portarli in cucina o nel fienile. Egli era in maniche di camicia e non si accorse dell'avvicinarsi di lei: essa veniva avanti svogliatamente, quasi con timidezza.
D'un tratto egli la vide chinarsi sui ceppi, e interruppe il lavoro. Un fuoco, come un lampo, gli corse dentro i nervi, gi per le gambe.
"March," fece egli con la sua voce fresca e tranquilla.
Ella alz gli occhi dai ceppi che stava ammucchiando.
"Cosa?"
Egli guard verso lei, nell'oscurit. Non poteva distinguerla bene.
"Volevo domandarvi una cosa," diss'egli.
"S? sentiamo." E gi il terrore era nella sua voce; ma ella era troppo padrona di s.
"Ebbene", e la sua voce dolce e insinuante le penetrava i nervi. "Ebbene, di cosa credete si tratti?"
March si raddrizz e con le mani sui fianchi stette a guardarlo fisso, senza rispondere. Di nuovo egli si sent avvampare da una fiamma improvvisa.
"Ebbene..." e la sua voce era cos dolce che si sarebbe detta una sottile carezza come di una zampa delicata di gatto: un sentimento piuttosto che un suono. "Ebbene, volevo chiedervi se volete sposarmi."
March lo sent pi che non lo intese. E cerc invano di voltar via la faccia. Un grande senso di sollievo parve impadronirsi di lei. E stette l silenziosa, col capo un po' inclinato da una parte. Egli sembrava piegarsi su di lei con un sorriso invisibile e a March pareva che fini scintille sprizzassero da lui.
Ma d'un tratto disse:
"Non venite a raccontarmi le vostre baggianate."
Un brivido pass nei suoi nervi: aveva fatto fiasco. Attese un istante per riprendersi, poi, mettendo nella voce la sua strana dolcezza, come se la accarezzasse, impercettibilmente:
"E perch?" disse, "non  uno scherzo, non  affatto uno scherzo. Parlo sul serio, proprio sul serio. Perch non volete credermi?"
Il suo tono era d'uomo offeso. E la sua voce aveva su di lei un potere cos strano che le toglieva ogni forza, ogni possibilit di resistenza. Lott per ritrovarla, ma per un momento si sent come perduta. Le sue parole parevano smarrirsi come tra le labbra di una morente. Poi d'un tratto, rapida e sprezzante esclam:
"Voi non sapete quello che dite. Che sciocchezza! Potrei esser vostra madre."
"So, invece, quello che dico. Perfettamente, lo so," insistette lui con dolcezza, come se le piantasse la sua voce nel sangue. "Voi non siete abbastanza matura per essere mia madre. E poi, quando anche lo foste? Potete sposarmi, qualunque sia la vostra et. L'et! Me ne infischio, io. L'et non conta nulla."
Un improvviso smarrimento invase March a questa conclusione. Egli parlava svelto, alla maniera della gente di Cornovaglia, e la sua voce sembrava risuonare in quella parte del suo io, nella quale essa non ritrovava forza per resistergli. "L'et non conta nulla!" La dolce e greve insistenza di questa frase la faceva piegare, smarrita, l nell'oscurit. Non sapeva che rispondere.
E lui! Un grande senso di trionfo invase tutta la sua persona. Sent che aveva vinto.
"Desidero di sposarvi, capite? E perch non lo potrei?" continu egli dolce e rapido. Poi attese che ella gli rispondesse. Nella penombra la vedeva quasi fosforescente, con le palpebre abbassate e il viso un po' voltato da una parte, assente. La donna sembrava essere in suo potere. Ma egli aspettava ancora, intento: non osando ancora toccarla.
"Dite allora che mi sposerete; ditelo, ditelo," egli teneramente insisteva.
"Cosa?" domand lei in tono fievole, lontano, come di qualcuno che soffre. La voce del giovane era ora incredibilmente vicina e dolce. Egli le si avvicin.
"Dite di s!"
"Oh, non posso," ella gemette disperatamente articolando appena le parole, semicosciente, quasi dolorando come qualcuno che stia per morire. "Come lo posso?"
"Lo potete," disse egli dolcemente, posando con tenerezza una mano sulla spalla di lei, che restava l abbattuta, col viso chinato da una parte. "Voi lo potete, s, lo potete; perch dite di no? Lo potete, lo potete." E con terribile dolcezza si pieg in avanti e sfior appena il collo di lei con la bocca ed il mento.
"No," grid lei con debole voce convulsa, balzando via e volgendosi a guardarlo, "che cosa volete dire?" Ma non aveva la forza di parlare, pareva che l'avessero uccisa.
"Parlo sul serio," insist lui dolcemente, crudelmente. "Voglio che mi sposiate, voglio che mi sposiate. Ora lo sapete, vero? Lo sapete? Vero? Vero?"
"Cosa?"
"Lo sapete," egli ribatt.
"S," essa assent, "so che voi lo dite."
"E sapete pure che lo penso, vero?"
"So che voi lo dite."
"Mi credete allora?"
Ella rimase in silenzio per qualche tempo, poi strinse le labbra.
"Non so cosa credo," diss'ella.
In quella la voce di Bandford chiam dalla casa:
"Siete laggi voialtri?"
"S, stiamo mettendo via i ceppi," egli rispose.
"Credevo che vi foste perduti," disse Bandford sconsolatamente. "Spicciatevi e venite a prendere il t; l'acqua bolle."
Egli si chin a raccogliere una bracciata di legna che port ad ammucchiare in un angolo della cucina. E March lo aiutava caricandosi le braccia e stringendo la legna contro il petto, come fosse un bambino pesante. Intanto era caduta, fredda, la notte.
Quando i ceppi furono tutti in casa, i due pulirono rumorosamente le loro scarpe sul raschiatoio presso la soglia e poi le strofinarono sullo stuoino.
March chiuse la porta e si tolse il vecchio cappello di feltro, il suo cappello da contadina. I folti capelli neri e crespi erano disciolti, il viso pallido e stanco; ravvi i capelli con un gesto vago, e si lav le mani. Bandford entr precipitosamente nella cucina poco illuminata per togliere dal forno le focaccine che vi teneva in caldo.
"Che diamine avete fatto tutto questo tempo?" domand di malumore. "Credevo che non veniste pi.  un'eternit che siete l a segare la legna. Che facevate?"
"Ebbene," disse Henry, "bisognava ben tappare il buco dei topi nel fienile."
"Come se non vi avessi visto laggi in piedi sotto al portico! Potevo distinguere perfino le maniche della vostra camicia."
"Stavo appunto riponendo la sega."
Entrarono a prendere il t. March non apriva bocca. Aveva il viso pallido e stanco, l'aria assente. Il giovine che aveva sempre la stessa espressione franca e pur riservata, come se si tenesse tutto per s, era venuto a tavola in maniche di camicia, quasi fosse a casa sua. Mangiava curvo sul piatto.
"Non avete freddo?" disse Bandford in tono dispettoso. "Cos, in maniche di camicia?"
Egli la guard col mento vicino al piatto, gli occhi chiarissimi, trasparenti, risoluti.
"No, non ho freddo," disse con la sua dolce abituale cortesia. "Qui, vedete, fa molto pi caldo che fuori."
"Lo spero bene," disse Bandford che si sentiva provocata.
Egli aveva una strana, soave sicurezza e uno sguardo molto schietto, che le dava sui nervi, quella sera.
"Ma forse," diss'egli dolcemente e garbatamente, "vi dispiace che io venga a tavola senza giacchetta?"
"Oh, non vi faccio caso," disse Bandford che invece vi badava molto.
"Devo andare a prenderla?" diss'egli.
Gli occhi scuri di March si volsero lentamente su di lui.
"No, non importa," fece lei con la sua voce bizzarra, stridente. "Se vi fa comodo cos, rimanete come siete." Parlava con burbera autorit.
"S," diss'egli, "se non ve ne avete a male, mi fa proprio comodo."
"Generalmente la cosa  stimata villania," disse Bandford, "ma a noi non importa."
"Villania!" esclam March. "Chi  che la trova una villania?"
"Ma tu stessa, Nellie, e chiunque altro," ribatt Bandford col viso irrigidito dietro agli occhiali, e sent che il cibo la soffocava.
Ma March era di nuovo assente e indifferente; masticava il cibo senza accorgersi che stava mangiando. E gli sguardi intelligenti e scrutatori del giovane andavano dall'una all'altra.
Bandford era offesa. Nonostante tutta la sua aria mansueta e la soavit della sua voce, il giovane le era sembrato impudente. Non le piaceva di guardarlo, di incontrare i suoi occhi chiari ed indagatori, di vedere la sua strana luminosit sparsa su quel viso, su quelle guance coperte di peluria e su quella pelle sana dal colorito opaco ma che sembrava tuttavia bruciare di un curioso ardore di vita. Quasi soffriva a guardarlo: la sua presenza fisica era troppo calda per lei, troppo penetrante.
Dopo il t, la sera trascorse molto tranquilla. Il giovane andava raramente al villaggio. Di solito leggeva: era un gran lettore, a suo modo. Vale a dire che quando cominciava un libro, si obliava tutto nella lettura. Ma non era impaziente di cominciare. Spesso invece andava a passeggiare per i campi e lungo le siepi, solo, nelle tenebre della notte, aggirandosi con un curioso istinto dell'oscurit, e con l'orecchio teso ai rumori della natura.
Ma quella sera prese nella biblioteca di Bandford un libro di Mayne Reid e sedette con le ginocchia aperte immergendosi nella narrazione. I suoi bei capelli biondastri e piuttosto lunghi gli facevano come un grosso berretto sul capo, con la riga da un lato. Era ancora in maniche di camicia e piegato in avanti sotto la luce della lampada. Con le ginocchia aperte, il libro in mano, e tutta la persona assorta nell'attenzione un po' ardua della lettura, il suo aspetto conferiva al salottino di Bandford come un'aria di cantiere.
Ella ne era irritata e offesa: poich sul pavimento aveva disteso un bel tappeto turco di color rosso, il caminetto aveva eleganti piastrelle verdi, sul pianoforte aperto era spiegata la musica dell'ultimo ballo (ella suonava molto bene) e c'erano sui muri cigni e ninfee dipinti a mano da March. Inoltre il luogo aveva un suo carattere di intimit e di domestica raffinatezza anche per i ceppi che bruciavano blandamente sotto il camino, le spesse cortine e le porte chiuse e, al di fuori, i pini che fischiavano rabbrividendo al vento.
Le ripugnava di vedere quel grosso e rude ragazzo dalle lunghe gambe aperte, dai pantaloni color kaki, che sedeva l coi polsini stretti sulle rozze braccia rosse. Di quando in quando egli voltava una pagina o dava un'occhiata al fuoco e assestava i ceppi, poi tornava ad immergersi nella sua lettura intensa e solitaria. March, all'estremit della tavola, lavorava febbrilmente all'uncinetto. Teneva la bocca serrata in modo curioso, come quando aveva sognato che la coda della volpe, passandole sul viso, gliela aveva bruciata; e i suoi neri e crespi capelli erano sparsi intorno al viso in ciocche ricciute. Ma pareva interamente assorta, quasi che il pensiero di lei fosse lontano di l le mille miglia. In una specie di trasogno le pareva di udire ancora la volpe che cantava al vento intorno alla casa con un suo ululato dolce e selvaggio. E cos ella continuava ad intessere il suo filo bianco con le mani rosse ma ben fatte, assai lentamente ed un poco trepidante.
Bandford pure, seduta sulla sua sedia bassa si sforzava di leggere, ma fra quei due si sentiva a disagio.
Allora cominci a muoversi, a guardare attorno, ad ascoltare il vento e a gettare occhiate furtive dall'uno all'altro dei suoi compagni.
Anche March, seduta su una sedia diritta, con le ginocchia accavallate, che lavorava alacremente le dava sui nervi.
"Oim! I miei occhi non fan giudizio stasera!" e vi premette sopra con le dita.
Il giovane la fiss col suo sguardo vivido e chiaro, ma non disse nulla.
"Davvero, Jill?" domand March con aria assente.
Il giovine riprese a leggere e Bandford ritorn per forza al suo libro. Ma non poteva star tranquilla. Poco dopo ella fiss March e un sorrisetto bizzarro quasi maligno apparve sul suo piccolo viso.
"Un penny, Nellie," esclam d'un tratto.
March sgran dei grandi occhi neri e spauriti, si fece quasi pallida di terrore. Aveva udito la volpe cantare tanto teneramente, tanto teneramente e aggirarsi intorno alla casa.
"Cosa?" domand vagamente.
"Un penny per i tuoi pensieri," ripet Bandford sarcasticamente, "o anche due se essi sono cos profondi."
Il giovane le osservava dal disotto della lampada coi suoi occhi chiari e lucenti.
"Oh," fece March con una voce indignata, "perch vuoi sprecare il tuo denaro?"
"Lo credo invece bene speso," disse Bandford.
"Io non pensavo a null'altro che al vento che soffia," disse March.
"Oh, mio Dio," replic Bandford, "dei pensieri cos originali li potevo avere anch'io. Temo proprio di avere sciupato il mio denaro stavolta.
"Ebbene, non hai bisogno di pagare."
D'un tratto il giovane si mise a ridere e ambedue le donne lo guardarono; March era piuttosto sorpresa, come se si fosse accorta solo allora che egli era l.
"Come, voi pagate proprio in simili occasioni?" egli domand.
"Oh, s," Bandford replic. "Sempre cos. D'inverno io ebbi spesso da pagare uno scellino per settimana a Nellie, ma d'estate costa molto meno."
"Ebbene, voi pagate per i pensieri l'una dell'altra?" e scoppi a ridere.
"Sicuro, quando abbiamo esaurito ogni altro divertimento."
Egli rise allegramente arricciando il naso come un cucciolo. Rideva brusco, con piacere, con gli occhi sfavillanti.
" la prima volta che io sento una cosa simile," disse.
"Oh se foste stato a Bailey Farm tutto un inverno, l'avreste udita assai spesso," fece Bandford accoratamente.
"Ma dunque vi annoiate tanto?"
"Ci annoiamo," disse Bandford.
"Oh, e perch?"
"E chi non si annoia?"
"Mi spiace di sentirvi dire questo."
"Gi, perch voi speravate di divertirvi qui?" disse Bandford.
"Bene," egli disse con la sua strana seriet giovanile, "io mi ci diverto abbastanza."
"Ed io ne sono contenta," disse Bandford.
E torn al suo libro. Per quanto non avesse raggiunto la trentina v'erano dei fili grigi fra i suoi capelli radi e sottili. Il giovane non guardava lei, ma voltava gli occhi di tanto in tanto verso March che se ne stava laboriosamente occupata al suo uncinetto, con la bocca stretta, lo sguardo vuoto e assente. Aveva una pelle calda, pallida e fine, e un naso delicato. Quelle labbra serrate le davano un'aria scontrosa, tuttavia in contrasto con la curiosa arcata delle sue sopracciglia nere e con lo sguardo dei suoi occhi grandi, uno sguardo di meraviglia sbigottita e di perplessit. Ella stava di nuovo in ascolto della volpe, che sembrava essersi allontanata nella notte.
Il giovane, seduto oltre il cerchio di luce della lampada, adesso osservava in silenzio March, e Bandford osservava lui attraverso i capelli, mordendosi le dita dalla stizza. Tra la luce e l'ombra egli se ne stava perfettamente tranquillo col florido viso voltato all'ins e tutto assorto nell'osservare March. D'un tratto ella sollev gli occhi dall'uncinetto e lo vide. Trasal e proruppe in una piccola esclamazione:
"Eccola!" grid involontariamente, come sbigottita.
Bandford guard intorno sorpresa, drizzandosi sulla sedia: "Che diamine ti prende, Nellie?"
March col viso soffuso di un delicato rossore volgeva lo sguardo verso la porta.
"Nulla, nulla," disse seccata. "Non si pu neanche parlare?"
"S, se tu parli sensatamente, ma che intendevi dire?"
"Non lo so nemmeno io," esclam March, burbera.
"Oh, Nellie, spero che tu non mi diventerai nervosa. Sento che non posso sopportare altro. A chi alludevi? A Henry forse?" esclam la povera Bandford spaventata.
"S, mi pare," fece March laconicamente, poich non avrebbe mai confessato che alludeva alla volpe.
"Oh, Signore, addio nervi per stasera!" gemette Bandford.
Alle nove March rec un vassoio con pane, formaggio e t. Henry aveva confessato di esserne ghiotto. Bandford bevve un bicchiere di latte e mangi un po' di pane. Di l a poco disse:
"Vado a letto, Nellie. Ho i nervi, stasera. Vieni anche tu?"
"S, appena avr portato via il vassoio."
"Fa' presto allora," disse l'altra in tono uggioso. "Buona notte, Henry. Se venite su per ultimo abbiate cura di assestare il fuoco."
"S, miss Bandford, ci bader," rispose lui nella sua maniera rassicurante.
March accese la candela per andare in cucina. Bandford prese il candeliere per salire. Poi March ritorn vicino al fuoco e disse al giovane:
"Credo che possiamo fidarci di voi, non  vero? per spegnere il fuoco e per le altre cose?"
Ella stava in piedi davanti a lui con una mano sul fianco, un ginocchio lievemente piegato ed il viso voltato con timidezza da una parte come non osasse guardare il giovine che la osservava col viso alzato.
"Non volete sedere un momento?" disse egli dolcemente.
"No, me ne vado, Jill mi aspetta e sarebbe inquieta, se non mi vedesse comparire."
"Cos' che v'ha fatto trasalire a quel modo, stasera?" egli domand.
"Quando ho trasalito?"
"Ma poco fa, quando avete gettato quel grido."
"Oh," essa disse. "Allora? Io pensavo che voi foste la volpe." E il suo volto si contrasse in un bizzarro sorriso, quasi di scherno.
"La volpe, ma perch la volpe?" fece lui dolcemente.
"S, una sera dell'estate scorsa in cui ero fuori col fucile, ho visto la volpe nell'erba quasi ai miei piedi, con gli occhi fissi su di me. Non so, mi ha fatto una certa impressione..."
Di nuovo ella volse il capo, dondolando un poco una gamba come vinta da un'estrema timidezza.
"E l'avete uccisa?" domand il giovane.
"No, rimasi tanto sbigottita di vedere i suoi occhi cos fissi su di me, e poi vederla fuggire e volgersi a guardarmi al disopra della spalla con un riso nella faccia."
"Un riso nella faccia!" ripet Henry pure ridendo. "Vi ha fatto paura, eh?"
"Paura no; impressione, ecco."
"E avete creduto che fossi io la volpe?" disse egli ridendo del suo breve riso bizzarro, come un cagnolino che arriccia il muso.
"S, l'ho pensato per un momento," ella disse; "forse m' venuto in mente senza volerlo."
"Credete forse che io sia qui per rubarvi le galline o qualcos'altro?" disse egli con lo stesso riso fanciullesco.
Ma essa lo guard soltanto coi suoi grandi occhi scuri e vuoti.
" la prima volta che mi capita di essere preso per una volpe. Non volete sedervi un momento?" La sua voce s'era fatta dolce e carezzevole.
"No," ella disse, "Jill mi aspetta."
E tuttavia essa non si mosse, ma rimase l con un piede da un lato e la testa piegata, al di fuori del cerchio della luce.
"Ma non volete rispondere alla mia domanda?" riprese lui abbassando ancor pi la voce.
"Non capisco di che domanda volete parlare."
"Ma s, che mi capite, ma s che lo sapete! Si tratta del nostro matrimonio."
"Non risponder a quella domanda," fece lei risolutamente.
"Davvero?" E lo strano riso giovanile torn ad arricciargli il naso. "Forse perch vi sembro la volpe?  per questo?" E continuava a ridere.
Allora ella si volse verso di lui e lo guard lentamente, a lungo.
"Non vorrei che questo vi mettesse contro di me," disse egli. "Lasciatemi abbassare il lume e sedetevi un momento."
Stese la sua mano rossa per abbassare la luce, e March rimase immobile nella semioscurit come un'ombra nell'ombra. Egli si alz in silenzio sulle sue lunghe gambe; poi con voce estremamente dolce e insinuante, appena percettibile:
"Restate qui un momento," disse, "un momento solo." E pos la sua mano sulla spalla di lei. Ella volt via la faccia. "Sono certo che voi non pensate davvero che io somigli alla volpe," soggiunse con la stessa dolcezza e con un'ombra di riso e di sottile ironia nella voce. "Lo credete ancora?" E l'attir a s con mossa gentile e la baci lievemente sul collo. Ella ebbe una scossa e tremando tent di allontanarsi, ma egli la trattenne col suo braccio giovane e forte e la baci ancora lievemente, sempre sul collo, poich essa volgeva il viso da una parte.
"Non volete rispondere alla mia domanda? Non volete rispondere?" mormor la sua voce con un carezzevole indugio. Egli tentava di attirarla a s per baciarla in viso. Poi la baci sulla guancia, lievemente, vicino all'orecchio.
In quel momento si ud la voce irritata di Bandford che chiamava dall'alto.
"Ecco Jill!" esclam March trasalendo e drizzandosi. In quel mentre, rapido come il lampo, egli le strisci sulla bocca con un fulmineo bacio. A lei parve di bruciare in ogni fibra, e diede in uno strano piccolo grido.
"Volete? Vero che volete?" insist egli dolcemente.
"Oh, Nellie! Nellie! Ma cosa stai a fare?" giunse dall'oscurit di fuori il debole grido di Bandford.
Ma egli la teneva stretta e mormorava con quell'intollerabile sua dolcezza e insistenza:
"Volete, vero? Dite di s, oh, dite di s!"
March che si sentiva come penetrata e consumata da un fuoco, incapace di fare altro, mormor:
"S, s, tutto quello che vorrete, tutto quello che vorrete, ma lasciatemi andare, lasciatemi andare che Jill mi chiama."
"Sapete che avete promesso," diss'egli allora insidiosamente.
"S, s, lo so!" La sua voce d'un tratto si alz stridente: "S, Jill, vengo!"
Come sconcertato egli allora la lasci andare, e subito ella spar su per la scala.
La mattina dopo, a colazione, dopo aver fatto il giro della fattoria, governato il bestiame, e riflettuto in se stesso che l avrebbe potuto vivere con sufficiente facilit, disse a Bandford:
"Sapete, signorina Bandford?"
"Cosa?" disse Bandford bonaria e nervosa.
Egli guard un poco March che stava spalmando la marmellata sul pane.
"Posso parlare?" le domand.
Essa alz gli occhi e il suo viso si soffuse di un cupo rossore.
"Se intendete a Jill, s," diss'ella. "Ma spero che non andrete a chiacchierare per tutto il villaggio, ecco tutto." E inghiott penosamente il suo pane secco.
"Oh, che succede, dunque?" disse Bandford spalancando gli occhi stanchi e un po' arrossati. Era una piccola creatura magra e fragile, con i capelli fini, tagliati corti che ricadevano leggermente in ciocche brune sul suo viso smunto.
"Ebbene, cosa credete che sia?" diss'egli sorridendo come uno che ha un suo segreto.
"Come potrei saperlo?"
"Non potete indovinarlo?" fece con uno sguardo furbo e ridente, soddisfatto di s.
"Proprio no, e nemmeno mi ci proverei."
"Nellie e io ci sposiamo."
Bandford depose il suo coltello con le dita esili e delicate come se mai pi dovesse riprenderlo per mangiare, e alz attonita i vuoti occhi arrossati.
"Voi, cosa?" esclam.
"Ci sposiamo, non  vero, Nellie?" e si volt verso March.
"In ogni modo, voi lo dite," rispose March laconicamente. Ma il suo rossore rivel di nuovo l'intimo conflitto della sua anima. Anche lei non poteva mandar gi pi nulla.
Bandford adesso la guardava come un uccello che  stato colpito, un povero uccellino malato. Con tutta la sua anima ferita sul viso guardava March coperta di rossore.
"No?" grid lei sconsolata.
"Proprio cos," fece il giovane tutto contento.
Bandford volt la faccia quasi che la vista del cibo sopra la tavola le facesse nausea. Poi si lasci andare a sedere cos per qualche minuto, come se si sentisse male; quindi appoggiandosi con una mano sull'orlo della tavola, si alz.
"Non lo creder mai, Nellie," esclam. " assolutamente impossibile."
La sua voce dolorosa di pianto aveva una nota di collera e di disperazione.
"Perch? perch non lo credereste?" domand il giovane mettendo nella voce tutta la sua dolce e vellutata impertinenza.
Bandford fiss su di lui i suoi occhi immensi e vaghi come se fosse un essere da museo.
"Oh," diss'ella languidamente, "perch March non pu essere cos sciocca. Non pu perdere il rispetto di s fino a questo punto." La sua voce era fredda, strascicata.
"E in che cosa perderebbe il rispetto di s?" domand il giovane.
Bandford dietro le sue lenti pos su di lui uno sguardo fisso e vago.
"Se non l'ha gi perduto," rispose.
Egli divent rosso paonazzo sotto quello sguardo lento e vago che lo fissava da dietro agli occhiali.
"Non capisco proprio," disse egli.
" molto probabile. Non mi aspettavo che capiste," fece Bandford con quel tono soave e distante che rendeva le sue parole ancora pi offensive.
Stava egli sulla sedia, rigido, con gli occhi infuocati, occhi azzurri s'una faccia scarlatta. Uno sguardo minaccioso era apparso fra le sue ciglia.
"Parola d'onore che ella non sa in quale avventura va a cacciarsi," replic Bandford con la sua voce un po' piagnucolosa, strascicata, insultante.
"E ad ogni modo voi che c'entrate?" disse il giovane, irritato.
"Pi di voi probabilmente," ribatt lei gemebonda, velenosa.
"Oh, davvero? Non vedo in che modo," proruppe lui.
"No, no, non potrete," rispose lentamente.
"Comunque," disse March respingendo la sedia e alzandosi con disagio, "qui non serve a nulla discutere." Prese il pane e la teiera e s'avvi verso la cucina.
Bandford lasci errare le dita sulla sua fronte e fra i capelli come in sogno. Infine si volse e and disopra.
Henry rimase l duro e imbronciato sulla sua sedia, con la faccia e gli occhi rivolti al fuoco. March andava e veniva sparecchiando la tavola, ma Henry non si mosse, inchiodato l dalla collera. Non si occupava affatto di lei. Ella aveva ritrovato la sua calma, il suo colorito dolce, unito, di un pallore d'avorio: quantunque le sue labbra restassero chiuse e strette. Ogni volta che veniva a prendere gli oggetti sulla tavola, i suoi grandi occhi strani gettavano su di lui uno sguardo di sfuggita, ma pi per pura curiosit che altro. Ella non vedeva in lui, ora, che una pertica di ragazzo, con una faccia rossa ed imbronciata. Ecco come lo vedeva. Le sembrava affatto estraneo a lei, quasi che quella faccia rossa fosse un fumaiolo al di l dei campi; essa lo vedeva proprio cos, oggettivamente, senza sentire per lui nessun altro interesse.
Alla fine egli si alz e usc pei campi col fucile. Non ritorn che all'ora del pranzo. Il suo viso era ancora indiavolato, ma i suoi modi erano sempre corretti. Nessuno disse nulla di singolare durante il pranzo. Sedeva ciascuno come al vertice di un triangolo, in una lontananza ostinata. Sul pomeriggio egli torn fuori, bruscamente, col fucile e rincas al cader della notte con un coniglio e un piccione. Poi rimase l tutta sera, ma apr bocca appena. Era furente di collera. Sentiva di essere stato offeso.
Gli occhi di Bandford erano rossi e certo ella aveva pianto; ma i suoi modi erano pi distanti e sdegnosi che mai. Bastava il suo atto di voltar la testa alla minima parola di lui, come fosse stato un vagabondo qualunque, perch i suoi occhi azzurri diventassero quasi neri di rabbia. La sua faccia pareva ancora pi imbronciata, ma se apriva bocca per parlare, non perdeva il suo tono cortese.
March sembrava rallegrarsi in quell'atmosfera. Sedeva fra i due antagonisti con un suo piccolo sorriso cattivo, compiacendosi in cuor suo di quella situazione. C'era quasi una specie di gusto nella maniera viva e svelta con cui lavorava all'uncinetto, quella sera.
Quando fu a letto, il giovine sent le due donne parlare e discutere nella loro camera. Si mise a sedere sul letto e tese l'orecchio. Ma non pot comprendere nulla perch era troppo lontano. Tuttavia distingueva il tono sommesso e piagnucoloso di Bandford e la nota profonda di March.
La notte era tranquilla, gelata. Grandi stelle scintillavano sopra le cime dei pini; egli ascoltava, ascoltava. Ma in lontananza udiva la volpe squittire e i cani che abbaiavano rispondendosi. Ma non era questo che lo interessava, voleva udire ci che le due donne dicevano. Usc furtivamente dal letto e si pose in ascolto dietro la porta. Non poteva ancora udir nulla. Con infinita cautela egli cominci allora a sollevare il chiavistello e dopo un bel po' riusc ad aprire la porta. Poi, quatto quatto, usc nel corridoio. Sentiva sotto i suoi piedi scricchiolare il vecchio pavimento di rovere, gelato. Strisci su per la scala, adagio, lungo il muro, finch giunse davanti alla porta delle donne e l, rattenendo il respiro, stette in ascolto. La voce di Bandford diceva:
"No, io proprio non ci reggerei, sarei morta in capo ad un mese, ci che del resto  proprio quello ch'egli desidera, naturalmente. Oh, gli piacerebbe di vedermi al cimitero!... No, Nellie, se tu dovessi arrivare fino a sposarlo, non potresti continuare a restare pi qui, perch io non potrei, non potrei vivere nella stessa casa con lui. Il solo odore dei suoi vestiti mi d alla testa e la sua faccia rossa mi fa nausea. Non posso inghiottir un boccone quando egli  a tavola... Che sciocca sono stata a permettergli di fermarsi qui. Non si dovrebbe mai cercare di fare una buona azione. Vi torna sempre sul capo come un boomerang."
"Ha soltanto da star qui due giorni appena," disse March.
"Grazie al cielo! E quando se ne sar andato non torner mai pi in questa casa. Sto cos male finch'egli  qui! E so, so di certo che la sola cosa che lo interessa  quello che potr trarre da te. Questo egli vuole. Non  che un bonannulla, che non ha voglia di lavorare, che pensa soltanto a vivere alle nostre spalle. Oh, non certo alle mie, per. Se tu sei tanto sciocca  affar tuo. La signora Burgess che l'ha conosciuto quando stava qui diceva che il vecchio non poteva mai ottenere da lui un lavoro continuato. Era sempre in giro col fucile, come fa ora. Oh, come lo odio! Tu non sai quello che stai per fare, Nellie, non lo immagini neppure. Se tu lo sposi vedrai, si far gioco di te, poi se n'andr, ti abbandoner. Io lo so che far cos, se non gli riuscir di portarci via Baley Farm: e finch sar viva io ti giuro che non ci riuscir. Finch vivr, egli non metter pi piede qui. So ben io cosa succederebbe: si metterebbe in mente di essere lui il padrone di tutte e due, come gi pensa di essere padrone di te."
"Ma non lo ," fece Nellie.
"Ad ogni modo crede di esserlo. E questo  ci che vuole: venir qui e farla da padrone. Ma pensa, March,  proprio per questo che noi abbiamo preso insieme questo sito? per essere sottomesse e tiranneggiate da un odioso ragazzaccio dal viso rosso, da un brutto bifolco come lui? Oh, l'abbiamo proprio fatta bella a permettergli di restare qui! Non avremmo mai dovuto abbassarci cos. E pensare che io ho lottato, ho lottato tanto con la gente di qui, per non lasciarmi abbassare al loro livello. No, egli non verr a stare qui. E poi, vedi, se non potr avere questa fattoria, se ne scapper ancora al Canad o altrove, come se non ti avesse mai conosciuta. E qui tu sarai assolutamente rovinata e sarai lo zimbello della gente. Oh, lo so, non avr mai pi l'anima in pace, io!"
"Gli diremo di non venirci pi qui. Gli diremo cos," disse March.
"Oh, non ti preoccupare; glielo dir io, e anche dell'altro gli dir prima che se ne vada. Non far a modo suo, fino a tanto che io avr la forza di dire le mie ragioni. Oh, Nellie, se tu cedi egli ti disprezzer, da quel bestione che . Vedi, anzich fidarmi di lui vorrei piuttosto fidarmi d'un gatto.  certo che ha delle cattive intenzioni e vuole sempre comandare:  egoista fino all'osso e freddo come il ghiaccio; tutto quello che desidera  di abusare di te, e quando non gli servirai pi, allora bella fine farai!"
"Non lo credo poi tanto cattivo," disse March.
"No, perch ha condotto bene il suo gioco, ma te ne accorgerai conoscendolo meglio. Oh, Nellie, non ci posso neanche pensare."
"No, cara Jill, nessun male ti verr."
"Nessun male? Non avr pi un momento di pace finch vivr, n un momento di felicit. No, no, Nellie!" E Bandford cominci a piangere desolatamente.
Dal di fuori il ragazzo poteva udire il suono soffocato dei singhiozzi della donna e March che la confortava con la sua voce tenera e sommessa. Con che meravigliosa gentilezza e tenerezza ella confortava la compagna!
I suoi occhi erano cos sbarrati e tondi che parevano accogliere la notte intera e le orecchie pareva gli volessero schizzar via dal capo. Era tutto gelato, ritorn a letto, ma sentiva come staccarsi il sommo della testa. Non poteva dormire. Non poteva star fermo. Si alz, si vest quietamente e ancora una volta usc sul pianerottolo. Le donne tacevano. Discese le scale senza far rumore ed entr in cucina. L infil i suoi scarponi, indoss il mantello e prese il fucile. Non voleva allontanarsi dalla fattoria. Pi adagio possibile apr la porta e usc nella notte gelida di dicembre. L'aria era calma, le stelle brillavano, sembrava di udire i pini rabbrividire nel cielo. Si allontan furtivamente lungo uno steccato cercando qualcosa da uccidere; ma subito pens che non doveva sparare per non spaventare le donne. Cos err intorno agli arbusti di spruneggio e attravers un boschetto di vecchi agrifogli, avviandosi verso il bosco. Giunto l salt la siepe aguzzando nella tenebra i suoi occhi dilatati che pareva diventassero neri e fosforescenti come quelli di un gatto. Una civetta mandava il suo ululo lugubre e cadenzato intorno a una grande quercia. Egli avanz guardingo col fucile, ascoltando intensamente.
Giunto sotto alle querce al margine del bosco ud i cani della vicina casa sul colle abbaiare impetuosamente e i cani delle fattorie intorno, risvegliati, rispondere con i loro abbai. E d'un tratto ebbe l'impressione di un'Inghilterra piccola e stretta, il paesaggio s'era rinserrato perfin nelle tenebre, e c'eran troppi cani nella notte che facevano gran clamore come una barriera di voci che suddividesse il paesaggio in tanti frammenti allo stesso modo delle siepi inglesi. Allora cap che la volpe era perduta. Poich doveva essere la volpe a suscitare quel diavolio.
Ad ogni modo perch non appostarla? Senza dubbio essa verrebbe gi ad annusare da quella parte. Il giovane discese fin dove era la fattoria, accucciata sotto ad un boschetto di pini, e si accoccol l in un canto della lunga tettoia nella tenebra nera. Sapeva che la volpe stava per arrivare, e quella doveva essere l'ultima delle volpi di quella vecchia Inghilterra abbaiante e urlante, zeppa di innumerevoli casette. Rimase l a lungo seduto, con lo sguardo immobile, fisso sul cancello aperto dove un po' di luce pareva piovere gi dalle stelle o fors'anche dall'orizzonte. Stava seduto su di un ceppo, in un angolo buio, col fucile tra le gambe. I pini scricchiolavano. D'un tratto una gallina cadde dal poggiatoio nel fienile stridendo e chioccolando e questo lo fece sussultare: poi si alz e scrut intensamente l'oscurit credendo fosse un topo. Ma egli sent che non era. E cos si mise ancora a sedere col fucile sulle ginocchia le mani in tasca per tenerle al caldo e gli occhi fissi sul fioco chiarore del cancello aperto. Gli sembrava di aspirare dall'aria fredda l'odore forte nauseante del pollame vivo.
Ma ecco un'ombra, un'ombra che scivolava lungo il cancello. Concentr tutta la sua vista in un punto e vide la volpe che veniva innanzi strisciando attraverso il cancello.
Si trascinava sul ventre come un serpente. Egli sorrise fra s e imbracci il fucile, sapeva bene cosa sarebbe avvenuto adesso. Sapeva che la volpe, giunta presso la porta del pollaio, si sarebbe messa ad annusare. Sapeva che si sarebbe fermata l un momento a fiutare i polli e poi avrebbe ripreso a gironzare intorno al fienile in cerca di un passaggio.
La porta del pollaio era al sommo di un leggero pendio. Lieve come un'ombra la volpe strisci su di esso, poi si accucci col muso contro le tavole. Ecco che nel medesimo istante un tremendo sparo scoppi riecheggiando tra le vecchie costruzioni, come se l'intera notte avesse ruinato. Ma il ragazzo faceva buona guardia e subito scorse il ventre bianco della volpe, mentre la bestia si dibatteva negli spasimi dell'agonia. Allora le si accost.
Regnava dappertutto una grande commozione. Le galline crocidavano ed urlavano, le anatre s'erano messe a gracchiare, il cavallo scalpitava selvaggiamente. Ma la volpe giaceva l sul suo fianco, percorsa dagli ultimi tremiti dell'agonia. Henry si chin sopra di lei e fiut il suo odore ferino.
S'ud una finestra che si apriva in alto e poi la voce di March che chiamava:
"Chi  l?"
"Sono io," disse Henry, "ho ucciso la volpe."
"Signore! ci avete fatto una paura da morire."
"Davvero, mi spiace proprio."
"Ma come mai vi siete alzato?"
"La sentivo in giro."
"E l'avete proprio uccisa?"
"S,  qui."
E il giovane in piedi nel cortile sollevava in alto la bestia ancor calda.
"Non potete vederla, non  vero? Un momento." E tolta di tasca una torcia elettrica ne diresse la luce sulla bestia che teneva per la coda. March vide in mezzo al buio il pelame rossastro, il ventre chiaro e la macchia bianca sotto al muso appuntito e le zampe che spenzolavano in modo bizzarro. Non seppe che dire.
" magnifica," fece Henry, "sar una splendida pelliccia per voi."
"Non sar io che porter una pelliccia di volpe," replic lei.
"Oh," fece lui e spense la luce.
"Adesso mi par ora che rientriate in casa e torniate a letto."
"Probabilmente lo far. Che ora ?"
"Che ore sono, Jill?" fece la voce di March.
Era la una meno un quarto.
Quella notte March ebbe un altro sogno: sogn che Bandford era morta, e che lei, March, piangeva da scoppiarle il cuore. Le toccava di comporre Bandford nella bara, e la bara era la rustica cassa nella quale si teneva la legna minuta di cucina, vicino al camino. Questa era la bara e non ve n'era altre. E March era disperata e cercava intorno qualcosa per foderare la cassa, per renderla pi soffice, qualcosa per coprire la sua povera cara morta. Poich non voleva, non voleva stenderla semplicemente l dentro a quell'orribile cassa di legno, con la sua bianca e sottile camicia da notte. E cos ella cercava, cercava, prendeva una cosa poi un'altra, che buttava via nella sua disperazione di sogno. E tutto quello che riusc a trovare fu una pelle di volpe. Ma sapeva che anche questa non era adatta, che ci voleva qualcos'altro, ma era tutto quello che poteva scovare. Allora pigliava la coda della volpe e ci appoggiava su la testa della cara Jill e col resto della pelle ne ricopriva il cadavere in modo che sembrava formare su lei una coperta rossa, una coperta di fuoco, e March piangeva, piangeva: e si svegli con la faccia tutta in lacrime.
La prima cosa che tutte e due fecero al mattino dopo fu di andare a vedere la volpe. Henry l'aveva appesa per le zampe anteriori sotto alla tettoia, con la povera coda che ricascava all'in gi...
Era un bel maschio giovine con un fitto, magnifico mantello invernale, di un delizioso colore rosso dorato che si faceva grigio per passare al bianco sul ventre, una lunga e grossa coda che finiva nel nero e nel grigio, con un tocco di candore sulla punta.
"Povera bestia!" esclam Bandford. "Se non fosse stata cos ladra si sentirebbe piet per lei."
March non disse nulla, ma se ne stava l poggiata su un fianco, con una gamba rilassata, il viso bianco e i grandi occhi neri intenti sulla bestia morta, appesa a testa in gi.
Oh, quel ventre bianco e soffice come neve!... Pass mollemente la sua mano sul corpo della volpe, dall'alto in basso. E quella splendida coda nero lucente, ispida, piena e stupenda! Pass la mano anche su questa e rabbrivid. Ripetutamente accarezz con le dita la spessa pelliccia della bella coda, l'accarezz lentamente con la mano. Il magnifico e rigoglioso splendore di quella coda! E la bestia era morta. Strinse le labbra ed i suoi occhi si fecero scuri e deserti. Poi prese in mano la testa.
Henry le si avvicin lemme lemme e allora Bandford se ne and via con mossa significativa. March stava l trasognata, tenendo in mano la testa della volpe. Ammirava, stupita, quel muso lungo e fine che per qualche ragione le rammentava un cucchiaio o una spatola. Sentiva di non poterla capire; quella bestia le riusciva strana, incomprensibile, al di l del suo intendimento. Aveva dei magnifici baffi argentei, simili a filamenti di ghiaccio e le orecchie appuntite e villose al di dentro. Ma quel naso lungo e sottile che aveva e al disotto la meravigliosa bianchezza dei denti erano fatti per avventarsi a mordere profondamente nella preda viva, per mordere, mordere il suo sangue.
"Magnifico, non  vero?" disse Henry vicino a lei.
"Oh, s, una bella e grossa volpe. Chiss quante galline avr rubato," rispose March.
"Un bel numero. Credete che sia la stessa che avete visto questa estate?"
"Molto probabilmente."
Egli osservava la donna, ma non riusciva a capirla; per un lato gli sembrava timida e virginale, per l'altro, fredda, positiva, megera. Ci che essa diceva sembrava cos diverso dallo sguardo dei suoi grandi occhi neri e strani.
"Avete l'intenzione di levarle la pelle?" domand.
"S, quando avr fatto colazione e avr trovato un asse per inchiodarvela."
"In fede mia, manda un odore! Poh, ce ne vorr del bel lavarsi le mani per farlo andar via! Chiss perch sono stata cos sciocca da toccarla", e guardava la mano che aveva passato sul ventre e sulla coda e si era lievemente striata di sangue, sfiorando un punto scuro della pelliccia.
"Avete visto i polli come si spaventano quando avvertono il suo arrivo?" diss'egli.
"S, nevvero?"
"State attenta a non prendere qualche pulce."
"Oh, le pulci," fece lei con indifferenza.
Pi tardi nella giornata essa vide la pelle della volpe inchiodata su un asse come crocifissa. Questo le diede un senso di malessere.
Il ragazzo era adirato. Andava e veniva con la bocca chiusa come uno che avesse inghiottito parte del suo mento. Ma era cortese ed affabile. Non disse nulla del suo progetto e non parl con March.
Quella sera erano radunati tutti e tre nella sala da pranzo. Bandford non poteva pi vederlo nel suo salottino. Ardeva sul fuoco un gran ceppo e tutti erano occupati; Bandford aveva lettere da scrivere, March cuciva una veste ed Henry attendeva a qualche riparazione.
Bandford lasciava ogni tanto di scrivere per guardarsi un po' attorno e riposare i suoi occhi. Il giovane aveva la testa china, il viso curvo sul lavoro.
"Vediamo," disse Bandford, "con qual treno partirete?"
Egli la fiss:
"Con quello del mattino."
"Quale? Quello delle otto e dieci, oppure quello delle undici e venti?"
"Quello delle undici e venti, credo."
"Dopodomani?" disse Bandford.
"S, dopodomani!"
"Uhm," mormor Bandford e riprese a scrivere. Ma mentre passava la lingua sull'orlo della busta domand: "E che progetti avete fatto per l'avvenire, se non sono troppo curiosa?..."
"Progetti?" egli rispose col viso incollerito.
"S, per voi e per Nellie. Avete sempre quell'idea? A quando il matrimonio?" soggiunse in tono beffardo.
"Oh," replic egli, "non so."
"Come non sapete?" disse Bandford. "Volete andarvene venerd e lasciare le cose cos in sospeso?"
"Perch no? possiamo sempre scriverci."
"Naturalmente. Ma io desideravo saperlo per via della fattoria. Se Nellie si marita cos presto, dovr pure cercarmi un altro socio."
"Non potrebbe rimanere qui anche da maritata?" diss'egli. E intu ci che ella stava per dire.
"Oh," fece Bandford, "questa casa non  per gente maritata; intanto non c' abbastanza lavoro per occupare un uomo e poi non c' guadagno.  proprio inutile, sposandovi, che facciate conto di rimanere qui: assolutamente."
"Oh, per conto mio non ci penso affatto."
" precisamente quello che volevo sapere. E quanto a Nellie? Quanto tempo rester qui ancora?"
I due antagonisti si guardarono in faccia.
"Questo non posso dirlo," rispose lui.
"Via, andiamo," esclam lei con impazienza. "Bisogna ben sapere quello che si vuol fare quando si domanda una donna in matrimonio. A meno che non sia tutta una fandonia."
"Perch una fandonia? Ritorner al Canad!"
"E volete portare Nellie con voi?"
"Certamente."
"Hai sentito, Nellie?"
March che sino allora era stata china sul suo lavoro alz gli occhi. Aveva il viso coperto di rossore e negli occhi e sulle labbra contratte un riso bizzarro e sardonico.
" la prima volta che sento che devo andare al Canad," disse March.
"Una volta o l'altra doveva ben essere la prima," disse il ragazzo. "Non vi pare?"
"S, forse," ammise ella con indifferenza, e riprese a cucire.
"Sei ben pronta per andare al Canad, non  vero, Nellie?" domand Bandford.
March alz gli occhi di nuovo. Lasci cadere le spalle e abbandon sulle ginocchia la mano che teneva l'ago.
"Dipende dal modo che ci andr. Non credo che mi piacerebbe andarci pigiata a prua come la moglie di un soldato. Temo che mi ci abituerei difficilmente."
Il ragazzo la osservava intensamente.
"Preferireste restare qui intanto che io andr avanti?"
"S, se non c' altro modo."
" la cosa pi saggia," disse Bandford. "Non prendere impegni, rimani libera di partire o no quando egli sar ritornato o ti avr trovato un posto, Nellie. Altrimenti  una follia, una pura follia."
"Non credete," diss'egli, "che sarebbe bene ci sposassimo prima della mia partenza? poi viaggeremo insieme o separatamente a seconda delle circostanze."
" un'idea terribile," esclam Bandford.
Ma il ragazzo guardava March.
"Cosa ne pensate, March?" domand.
Ella si guard attorno vagamente.
"Oh non so, vorrei pensarci su."
"Perch?"
"Perch?" ripet lei in tono canzonatorio, e lo fiss ridendo ed arrossendo lievemente. "Direi che le ragioni son tante, no?"
Egli la osserv ancora in silenzio. Essa sembrava sfuggirgli. Si era alleata con Bandford contro di lui: aveva ripreso la sua aria sardonica e derideva freddamente tutto ci che egli le diceva, tutto ci che la vita le offriva.
"Naturalmente," diss'egli, "io non vi sforzer a cosa che non desiderate fare."
"Ci mancherebbe altro," fece Bandford con indignazione.
Nell'andare a letto Bandford piagnucolosa disse a March:
"Prendi su la mia bottiglia dell'acqua calda, per favore."
"Ma s," disse March con quel fare scontroso che spesso aveva verso la sua cara ma indecisa Jill.
Le due donne salirono di sopra, ma dopo un po' March grid gi dall'alto:
"Buona notte, Henry, io non torner gi. Volete badarci voi alla lampada e al fuoco?"
Il giorno dopo Henry s'aggirava con la fronte rannuvolata e il cipiglio sulla sua giovine faccia di cucciolo. Era sempre sopra pensiero. S, desiderava che March lo sposasse e venisse al Canad con lui, certo che essa lo avrebbe fatto. Ma perch poi la volesse cos non sapeva nemmeno lui: era per certo che la voleva. Aveva posto il suo animo su di lei ed era pervaso da una furia di adolescente all'idea di essere contrastato. Contrastato! Questo lo metteva in tale furore da non sapere quel che facesse. Tuttavia si conteneva pensando che le cose potessero ancora mutare. March poteva ancora tornare a lui. Lo poteva, era nel suo interesse.
La situazione si fece pi tesa sul far della sera. Henry e Bandford si erano evitati tutta la giornata. In realt Bandford, essendo giorno di mercato, si era recata alla cittadina col treno delle undici e venti. Ritorn poi con quello delle quattordici e venticinque.
All'arrivo Henry vide la sua figuretta smilza, chiusa in un mantello blu scuro, con un berretto dello stesso colore attraversare la prima prateria partendo dalla stazione. Egli se ne stava l in piedi sotto ad un pero selvatico, coi piedi affondati nelle foglie morte. Osservava la piccola persona blu che avanzava sulla prateria gi devastata dall'inverno, con le braccia ingombre di pacchi, tutta fragile ma con quella sua aria diabolicamente risoluta, che egli detestava tanto in lei. Egli era invisibile sotto al pero e attento ad ogni passo della donna: tanto che se ella avesse sentito gli sguardi di lui le sarebbe sembrato avanzando di avere due catene di ferro alle caviglie.
"Sei una piccola birba," mormorava fra s osservandola attraverso lo spazio, "nient'altro che una piccola birba, e spero che mi ripagherai del male che mi hai fatto finora, e per nulla. Me la pagherai, o piccola birba, me la pagherai: se il desiderarlo serve a qualcosa. Piccola birba che non sei altro!"
Ella s'inerpicava dolcemente su per il pendio. Ma se anche fosse per caso precipitata all'indietro, di passo in passo, verso l'abisso senza fondo, egli non si sarebbe mosso neppure per alleviarla dei suoi pacchetti.
Ma ecco March che le corre incontro col suo lungo passo di camminatrice, March coi suoi pantaloni corti e la breve casacca. Ella vien gi dalla collina a gran passi, spiccando di tanto in tanto una corsettina, tutta in grande affanno per venire ad aiutare la piccola Bandford. E il giovine la guardava con la rabbia nel cuore: la vedeva saltar via fossati e correre, correre quasi si trattasse di una casa incendiata, correre per raggiungere quella povera cosuccia scura che si arrampicava laggi sul pendio. Infine Bandford si arrest ed aspett che March la raggiungesse. Quando questa fu vicina, si prese in braccio tutti i suoi pacchetti, all'infuori di un mazzo di crisantemi gialli. E Bandford rimase sola l coi suoi crisantemi in braccio.
"S, stai bene," egli mormorava nel crepuscolo, "stai proprio bene col tuo mazzo di fiori! Oh, te li far ingoiare per il tuo t, se ti piacciono tanto: e te ne rester anche per colazione. E fiori, non ti dar nient'altro che fiori."
Egli continuava ad osservare le due donne che si avanzavano; poteva udire le loro voci, quella di March sempre alta di tono e un po' brontolona nella sua tenerezza e l'altra mormorante appena. Si vedeva che erano in perfetto accordo. Ma egli non pot percepire ci che dicevano, se non quando furono arrivate alla staccionata del prato di sotto che esse dovevano superare. Poi vide March che scavalcava virilmente la sbarra con le braccia ingombre di pacchetti e attraverso l'aria tranquilla distinse la voce nervosa di Bandford:
"Perch non vuoi che ti aiuti a portare i pacchi?" E c'era come un indugio nella sua voce bizzarramente piagnucolosa. Poi si ud la risposta di March, robusta ed inquieta.
"Oh posso fare da sola, non ti dare pensiero di me. Hai gi tanto da fare a montar su."
"S, tutto bene," disse Bandford nervosa. "Dici sempre non ti preoccupare, e poi ti senti offesa se nessuno pensa a te."
"Quand' che mi sento offesa?"
"Sempre. Ti senti sempre offesa, ed ora ti senti offesa perch io non voglio che quel ragazzo venga a vivere con noi, nella fattoria."
"Non mi sento affatto offesa di questo."
"Invece, so che lo sei. Quando se ne sar andato tu mi terrai il broncio. Lo so."
"Davvero?" disse March. "Vedremo."
"S: lo vedremo, purtroppo. Non posso comprendere come tu ti stimi cos da poco. Non posso immaginare che tu ti avvilisca in questo modo."
"Non mi sono avvilita."
"E allora non so che cosa sia questo per te, di permettere ad un ragazzo come quello di diventare cos impudente e sfrontato verso di te e metterti i piedi sul viso. Non so che cosa pensi di te, e che rispetto tu credi ch'egli potr avere di te, dopo. Parola d'onore, se lo sposi, non vorrei essere nei tuoi panni."
"Naturalmente che non ci vorresti essere: i miei panni son troppo grandi per te, e nemmeno abbastanza eleganti," disse March con un sarcasmo che non attecch.
"Credevo che tu fossi pi orgogliosa, lo credevo proprio... Una donna deve tenersi sul suo, specie con un ragazzo come quello.  cos impudente! Anche la maniera con cui s' cacciato in casa nostra fin da principio."
"Ma siamo noi che gli abbiamo detto di restare," disse March.
"Non prima che ci avesse quasi costretto a farlo. E poi  cos galletto, cos pieno di s! Parola d'onore, mi d sui nervi. Francamente non capisco come tu ti lasci calpestare cos da lui."
"Io non mi lascio calpestare," rispose March. "Non temere, non mi lascio trattare cos da nessuno, e neanche da te, sai."
La sua voce aveva un accento di tenerezza diffidente ed un certo fuoco.
"S, sono poi sempre io che alla lunga la sconto; si finisce sempre cos," disse Bandford amaramente. "Credo che tu fai questo per indispettirmi."
Poi salirono in silenzio il ripido pendio erboso, fecero il ciglione e attraversarono gli scopeti di spruneggi. A pochi passi da loro il ragazzo le seguiva nell'ombra, al di l della staccionata. Ad ora ad ora attraverso l'alta siepe di biancospino egli vedeva le due figurette scure che s'inerpicavano su per la collina. Ma come pervenne alla cima del pendio vide la fattoria tutta nera nel crepuscolo, con un immenso vecchio pero sporgente dal vicino torrazzo e un piccolo chiarore giallo in un canto della finestra della cucina. Poi ud il serrare del chiavistello e vide la porta della cucina illuminarsi, come le due ragazze entravano. E cos esse furono in casa.
Ah cos dunque? Era questo che pensavano di lui? Ma essendo un po' nella sua natura di star ad origliare non fu affatto sorpreso di quanto aveva udito. Di ci che la gente dicesse di lui se ne infischiava, ma era piuttosto sorpreso del modo con cui le donne si trattavano fra di loro. Detestava Bandford con aspro rancore e si sentiva di nuovo attirato verso March: attirato irresistibilmente verso di lei. Sent che c'era un segreto legame, un filo occulto fra lui e March, qualcosa di propriamente loro, che escludeva ogni altra persona e faceva s che essi si possedessero in segreto.
Egli sper ancora ch'ella lo avrebbe sposato. Col sangue improvvisamente infiammato sper che ella avrebbe acconsentito a sposarlo, a Natale probabilmente. E Natale non era lontano. Voleva a qualunque costo trascinarla ad un matrimonio immediato, ad una rapida unione.
Quanto al futuro, ci avrebbe pensato su, quantunque egli sperava che anche per il futuro tutto sarebbe andato secondo i suoi piani.
Chiss che quella sera ella non sarebbe rimasta un po' con lui, dopo che Bandford era a letto? Immaginava gi di poterle toccare la sua dolce e lattea gola, quella sua strana faccia sgomenta; di poter guardare nel fondo dei suoi grandi occhi neri e paurosi, di porre le mani sopra il suo petto e di sentire i suoi teneri seni sotto la veste.
A questo solo pensiero il cuore prese a martellargli forte. S, egli voleva toccare quei dolci seni di donna sotto la sua giacca. Ella portava sempre la bruna giacca di tela abbottonata, stretta fino al collo. E gli sembrava come un segreto pericoloso che quei dolci seni di donna dovessero starsene cos serrati dentro quel rozzo abito da lavoro. Oltrech gli sembrava che essi fossero, cos rinchiusi, tanto pi dolci, teneri e adorabili di quelli di Bandford sotto le bluse e le vesti leggere ch'ella indossava. La Bandford doveva averli piccoli e di ferro. Ma March, sotto la sua rude e solida giacca da operaio, doveva avere dei seni dolci e bianchi, bianchi e invisibili. Cos egli pensava, e il suo sangue ardeva.
All'ora del t si ebbe una sorpresa. Egli apparve sulla soglia della sala da pranzo, con la faccia vivida e rossa, gli occhi azzurri e scintillanti, con la testa protesa innanzi, mentre entrava al suo modo consueto e s'indugiava un po' sulla soglia a guardare dentro la stanza con uno sguardo tra scrutatore e prudente. Indossava un panciotto con le maniche. La sua faccia era straordinariamente simile ad una cosa vissuta all'aria aperta e portata nell'interno, come le bacche dell'agrifoglio. Per un momento egli consider le due donne, sedute all'estremit opposte della tavola. Oh, sorpresa! March portava una veste di crespo di seta verde opaco. Egli rimase a bocca aperta dallo stupore. Non sarebbe stato pi sorpreso se d'un tratto a lei fossero spuntati i baffi.
"Come," disse, "voi portate una veste?"
Essa lo guard arrossendo profondamente, e contraendo la bocca a un sorriso:
"Naturalmente," rispose, "cos'altro vi pare che io dovrei portare se non una veste?"
"Ma un costume da contadina, si capisce."
"Oh," diss'ella con noncuranza, "quello non  che per i mestieracci che bisogna far qui."
"Non  dunque il vostro vestire abituale?"
"Non quando sto in casa." Ma non cess di arrossire, mentre serviva il t.
Egli sedette al suo posto a tavola, senza poterle staccare gli occhi di dosso. La sua veste era semplicissima, di un verde azzurro, con delle cuciture d'oro intorno al collo e alle maniche che le giungevano fino ai gomiti. Una veste di un taglio semplice la cui scollatura rotonda le scopriva la gola morbida e bianca. Le braccia egli le conosceva forti e muscolose, poich l'aveva vista spesso con le maniche rimboccate, ed ora la guardava da ogni parte.
Bandford all'altra estremit della tavola non diceva un parola, ma cincischiava la sua sardina sul piatto. Egli, dimentico di se medesimo, era tutto incantato a guardare March, mentre mangiava a grossi bocconi il suo pane con la margarina, dimenticando perfino il t.
"Ebbene, nella mia vita non ho mai visto una trasformazione simile," mormor a bocca piena.
"Oh, Signore!" esclam March, facendosi anche pi scarlatta, "sembrerebbe che io sia una scimmia verde."
E si alz con moto rapido per portare la teiera sul fuoco, vicino al bollitore. E mentre ella si abbassava sul focolare, il ragazzo la guardava con gli occhi pi vividi che mai. Attraverso il crespo, la sua forma di donna appariva cos dolce e femminea... E quand'ella fece qualche passo egli vide le sue gambe muoversi dolcemente nella gonna corta. Portava calze di seta nera e scarpette di vernice adorne di piccole fibbie d'oro.
No, era un'altra, era qualcosa di affatto differente. Avendola sempre veduta insaccata nei suoi calzoni di panno rustico, larghi sui fianchi, abbottonati alle ginocchia e forti come un'armatura, con le fasce scure e gli scarponi, non gli era mai venuto in mente che ella potesse avere gambe e piedi di donna. N'ebbe come una rivelazione. Quelle gambe erano ravvolte in una gonna lieve. Egli arross fino alla radice dei capelli, cacci il naso nella tazza e bevve il suo t con un piccolo scroscio che faceva semplicemente rabbrividire Bandford. E, d'un tratto, cosa strana, egli si sent un uomo, non pi un ragazzo: si sent un uomo con tutto il peso di una responsabilit di uomo. Una calma e una gravit insolite gli pervasero l'anima. Egli si sent un uomo pacato e un po' del peso di un destino di maschio era sopra di lui.
La sua veste la rendeva dolce ed adorabile. Gli venne il pensiero come di una responsabilit eterna.
"Oh, per l'amor di Dio, dite almeno qualcosa," esclam Bandford con voce irata. "Pare di essere ad un funerale."
Il giovine la guard, ed essa non pot sopportare il suo viso.
"Un funerale!" disse March con un sorriso obliquo. "Ebbene questo sorpassa il mio sogno."
D'un tratto le era tornata in mente l'immagine di Bandford nella cassa della legna che le faceva da bara.
"Che?" chiese Bandford, "hai forse sognato di un matrimonio?"
"Qualcosa di simile," rispose March.
"Matrimonio di chi?" fece il ragazzo.
"Non ricordo," rispose March.
Fu timida e maldestra tutta la sera, sebbene nella veste femminile i suoi gesti riuscissero pi dolci del consueto. Si sentiva come spogliata, un po' esposta, quasi sconveniente.
Parlarono a lungo della partenza di Henry per l'indomani e fecero i preparativi consueti. Ma nessuno parl di quanto gli stesse a cuore. Furono abbastanza tranquilli e buoni amici, quella sera: Bandford non aveva proprio nulla da dire. Nel suo interno si sentiva calma, quasi amabile.
Alle nove March port il vassoio con l'eterno t e un po' di carne fredda che Bandford era riuscita a procurarsi. Era l'ultima cena, quindi Bandford non voleva apparire scortese. Provava un'ombra di tristezza per il giovine, e sentiva di dover essere gentile con lui il pi possibile.
Egli invece avrebbe desiderato che essa si ritirasse. Generalmente era la prima ad andare a letto, ma quella sera ella restava l nella sua poltrona sotto la lampada gettando ogni tanto un'occhiata al suo libro, poi fissando il fuoco. Regnava un profondo silenzio, che March interruppe, domandando in tono sommesso:
"Che ore sono, Jill?"
"Le dieci e mezzo," disse Bandford guardandosi il polso.
Poi non una sillaba. Il ragazzo lev lo sguardo dal libro che teneva sulle ginocchia e la sua larga faccia da gatto ebbe la solita espressione ostinata.
"E se andassimo a letto?" disse March infine.
"Quando vuoi," rispose Bandford.
"Va bene," disse March, "vado a riempire la tua bottiglia."
Detto, fatto. Quando la bottiglia d'acqua calda fu pronta, ella accese una candela e sal le scale. Bandford rimase sulla sua sedia, con le orecchie tese. March ridiscese.
" pronto," disse, "vieni?"
"S, tra un momento," rispose Bandford. Ma il momento pass ed essa stava sempre seduta l sulla sedia, sotto la lampada.
Henry, con gli occhi vividi come quelli di un gatto, spiando lei sotto alle sopracciglia e con la faccia che, sempre ostinata, pareva pi larga, pi tonda e pi gattesca che mai, s'alz in piedi per tentare il suo gioco.
"Andr a vedere se posso scovare la femmina della volpe. Chiss che non si aggiri qua attorno. Volete venire anche voi, Nellie?"
"Io?" fece March, guardandolo con aria sorpresa e interrogativa.
"Ma s, venite," egli disse. Era sorprendente come la sua voce poteva essere dolce, calda e carezzevole. Il suono appena di questa voce bastava a far bollire il sangue di Bandford.
"Venite per un momento," egli replic, guardando il viso levato e malsicuro di lei.
Essa si alz in piedi, come attratta da quella faccia giovine e sana che la guardava dall'alto.
"Non vorrai mica uscire a quest'ora, Nellie," grid Bandford.
"S, per un momento solo," disse il ragazzo, volgendosi verso di lei, in tono asciutto.
March guardava ora l'uno ora l'altra, come confusa. Bandford salt in piedi per dar battaglia.
"Ma  ridicolo, fa un freddo cane. Ti buscherai un malanno con quel vestitino leggero e quelle scarpette. No, non farai una cosa simile."
Vi fu un momento di silenzio. Bandford si drizz come un galletto pronto a combattere, rivolta verso March e il ragazzo.
"Oh non datevi pensiero," egli rispose, "un momento sotto le stelle non pu certo far male a nessuno. Prender la coperta del sof in sala da pranzo. Venite, Nellie?"
La sua voce cos piena di collera e di sdegno, quando egli parlava a Bandford, era invece tanto tenera, fiera e autoritaria, rivolta a March, che questa rispose:
"S, vengo."
E si avvi con lui verso la porta.
Bandford in piedi, in mezzo alla stanza, ruppe d'un tratto in un lungo lamento e in uno spasimo di singhiozzi. Si copr il viso con le povere mani magre, e le sue esili spalle si scuotevano in un'agonia di pianto. March sull'uscio si volt.
"Jill!" essa allora grid, con subita voce, come qualcuno che si desti. E parve che volesse accorrere verso la sua diletta.
Ma il ragazzo teneva con ferma mano il braccio di March, s che essa non poteva muoversi. Non sapeva perch, ma non poteva muoversi. Era come in sogno, quando il cuore lotta e il corpo non pu muoversi.
"Non importa," disse il ragazzo dolcemente. "Lasciatela piangere, lasciatela piangere. Prima o poi bisogner pure che pianga. Le lagrime la solleveranno, le faranno bene."
E attirava March dolcemente oltre la porta. Ma l'ultimo sguardo di lei fu per la povera figuretta che stava l in piedi in mezzo alla stanza col viso coperto dalle mani e le esili spalle scosse da singhiozzi.
Nella sala da pranzo egli raccolse la coperta e le disse:
"Riparatevi con questa."
Essa obbed e raggiunse la porta della cucina, mentr'egli la teneva stretta per il braccio con un piglio dolce e fermo, senza ch'ella se ne rendesse conto. Alla vista della notte indietreggi.
"Devo ritornare da Jill," diss'ella. "Lo devo. Oh s, lo devo."
Il suo tono sembrava deciso. Il ragazzo lasci la presa ed ella si volse verso l'interno. Ma egli l'afferr di nuovo e la trattenne.
"Un minuto," egli disse, "aspettate solo un minuto. Anche se volete andare, non subito."
"Lasciatemi, lasciatemi andare!" grid lei. "Il mio posto  accanto a Jill. La povera piccola piange da rompersi il cuore."
"S," disse il giovine amaramente, "e anche il vostro ed il mio pure."
"Il vostro cuore?" disse March. Egli la tratteneva sempre.
"Non vale forse il suo?" egli disse. "Vi pare che non lo valga?"
"Il vostro cuore?" essa domand ancora incredula.
"S, il mio! Il mio cuore! Credete non lo abbia un cuore?" E con gesto ardente prese la mano di lei e la premette contro il suo petto, a sinistra. "Ecco il mio cuore, se non ci credete."
Meravigliata, ella stette a sentire. E allora le giunse il profondo, pesante, potente battito del cuore di lui, terribile come qualcosa dell'al di l, qualcosa di terribile che dal di fuori le facesse dei segnali di avvertimento. E quei segnali la paralizzavano, quei colpi si ripercotevano nella sua anima e la rendevano come impotente. Dimentic Jill, non pot pi pensare a Jill. Oh quei terribili segnali!
Il giovine le cinse la vita con un braccio.
"Venite con me," le disse dolcemente. "Venite, lasciate che ci diciamo quello che abbiamo da dirci."
La condusse fuori e chiuse la porta. Quasi inconsapevolmente ella discese con lui il sentiero del giardino. Come, egli aveva un cuore che batteva? E quel braccio di lui che le cingeva la vita, al di sopra della coperta. Ma egli era troppo confuso in quel momento per poter pensare a ci ch'egli fosse.
La condusse verso un angolo oscuro della tettoia dove c'era la lunga cassa degli arnesi di fattoria, col suo coperchio.
"Sediamo qui un minuto," diss'egli.
Obbediente ella gli sedette vicino.
"Datemi la vostra mano," le disse.
Ella gli porse tutte e due le mani ed egli le tenne fra le sue. Era giovine e ci la faceva tremare.
"Mi sposerete, mi sposerete prima che io torni via?" incalz lui.
"Siamo un bel paio di matti," diss'ella.
Egli l'aveva condotta in un angolo in modo che ella non potesse guardar fuori e vedere la finestra illuminata della casa al di l del giardino e della corte oscura. Cercava di trattenerla sotto a quella tettoia, con lui.
"Perch un paio di matti?" egli disse. "Se venite con me al Canad, io ho laggi un buon impiego ed una buona paga che mi aspettano, in un bel luogo vicino alle montagne. Perch non dovreste sposarmi? Mi piacerebbe tanto di avervi l con me. Mi piacerebbe tanto di sentire che ho qualcuno accanto a me per tutta la vita!"
"Oh, non farete fatica a trovare qualcuna che vi convenga."
"S, non farei fatica a trovare un'altra ragazza, lo so. Ma non una proprio come la vorrei io; non l'ho mai incontrata, una che io volessi per davvero. Vedete, si tratta della mia vita intera. Se prendo moglie vorrei ch'essa fosse mia per tutta la vita. Le altre? ebbene sono appena delle ragazze abbastanza piacevoli per qualche passeggiata. Buone per passatempo. Ma quando penso alla mia vita, non mi sento di dover sposare una di loro."
"Volete dire che non sarebbero buone mogli per voi?"
"Proprio cos. Non intendo dire che non farebbero il loro dovere verso di me, intendo... non so nemmeno io che cosa intendo. Solo quando penso a voi e a tutta la mia vita, allora vedo che le due cose vanno perfettamente d'accordo."
"E se invece non andassero?" fece lei nel suo modo strano, sardonico.
"Oh, credo, credo che andrebbero."
Sedettero in silenzio per qualche tempo, le mani nelle mani; egli per non la corteggiava. Da che si era reso conto che essa era donna permalosa e sensibile, una certa seriet era venuta a pesare sulla sua anima. Non voleva corteggiarla, gli ripugnava, ne aveva quasi paura. Ella era donna vulnerabile e accessibile, ed egli davanti a quello che poteva accadere si frenava quasi con un senso di spavento. Era una specie di tenebra che sapeva di dover penetrare, ma alla quale egli per il momento non voleva neppur pensare. Ella era la donna, ed egli era responsabile della strana vulnerabilit che egli aveva improvvisamente scoperta in lei.
"No," ella disse infine, "sono una matta, lo so che sono una matta."
"Matta? Ma perch?"
"A voler continuare questa storia."
" di me che volete parlare?"
"No, di me. Mi sento ridicola, e come!"
"Dunque non mi volete proprio sposare?"
"Ecco, io non so se non vi voglio sposare. Ecco la parola esatta. Proprio non lo so."
Egli la guardava perplesso. Non capiva, non capiva in nessun modo ci ch'ella volesse dire.
"Non sapete se vi fa piacere di essere seduta qui con me in questo momento?"
"Veramente non so se mi piacerebbe di pi di essere altrove, o se mi piace starmene qui."
"Vorreste essere con la signorina Bandford? Preferireste di essere andata a dormire con lei?" le domand con provocazione.
Solo dopo un momento ella rispose:
"Non quello."
"Volete dunque passare tutta la vita con lei finch sarete vecchia ed avrete i capelli bianchi?"
"No," diss'ella dopo qualche esitazione, "non immagino che Jill ed io dobbiamo invecchiare insieme."
"E non vi parrebbe pi bello che quando sar vecchio io e voi pure potremo vivere insieme come adesso?"
"Oh, non come adesso," replic March, "ma potrei forse immaginare. No, non posso immaginare voi vecchio. Dev'essere cos terribile."
"Che cosa? Essere vecchi?"
"Naturalmente."
"Non quando per sia venuto il tempo giusto. Ma per ora non  venuto. Verr. E quando ci sar arrivato io, mi piacerebbe tanto di pensare che ci sarete anche voi."
"S, qualcosa come una pensione per la vecchiaia."
Quella specie di umorismo senza spirito lo coglieva sempre alla sprovvista. Non sapeva mai cosa volesse dire: forse non lo sapeva bene neppur lei.
"No," diss'egli risentito.
"Non capisco perch mi parlate di vecchiaia. Non ho mica novant'anni!" ribatt March.
"Vi ho forse detto che avete novant'anni?" replic lui offeso.
Restarono un momento senza parlare: i loro pensieri presero nel silenzio direzioni opposte.
"Non vorrei che vi faceste burla di me," disse lui.
"No," fece lei, enigmatica.
"Perch, vedete, in questo momento io sono serio e quando io sono serio lo sono per davvero."
"No, non si tratta di prendervi in giro."
"Perfettamente. Perch io stesso mi prendo sul serio. E allora... Ecco, io non voglio che si rida di me."
Ella rest un poco in silenzio, poi con un tono vago, accorato:
"No, non mi burlo di voi."
Egli si sent sommerso sotto un'onda di dolcezza.
"Voi mi credete, vero?"
"S, vi credo," ella rispose ma con una voce che s'era fatta strascicata ed indifferente come se cedesse per stanchezza ai suoi argomenti. Ma lui non vi bad. Aveva il cuore caldo, esigente.
"E cos? Consentite a sposarmi prima della mia partenza? Magari a Natale?"
"S, va bene."
"Bene," esclam lui, "affare fatto."
E rimase l, silenzioso, incosciente, col sangue che gli bruciava nelle vene come un'onda di fuoco che invadesse tutto l'essere. Inconsapevole egli premeva al petto le due mani di lei. Quando quell'impeto d'ardore cominci a palesarsi in lui, gli parve di svegliarsi alla realt del mondo.
"Bene, volete che rientriamo?" diss'egli come se si accorgesse allora che faceva freddo.
Essa si alz, senza rispondere.
"Baciatemi, prima che rientriamo, ora che siamo promessi," egli disse.
E la baci dolcemente sulla bocca, con un fresco e timido bacio. E anch'essa si sent cos giovane e spaurita, e ansiosa: e stanca, stanca, come se morisse dal sonno.
Rientrarono in casa, nel salottino trovarono Bandford accucciata presso il fuoco, come una strana piccola strega. Si volt a guardarli con gli occhi rossi, mentre entravano, ma non si alz. A lui parve che essa fosse spaurita, innaturale, cos accovacciata mentre li guardava. Gli parve che lo sguardo di lei fosse cattivo, e incroci le dita.
Bandford vide la faccia fiorente, esaltata del giovine. Le sembr stranamente alto, vivace, imponente. March aveva un'espressione delicata sul suo viso e avrebbe voluto nascondere la faccia per non lasciarlo apparire.
"Siete tornati, finalmente," diss'ella, in tono agro.
"S, siamo tornati," egli rispose.
"Siete rimasti fuori un bel po'."
"S, proprio. Abbiamo combinato. Ci sposeremo al pi presto possibile."
"Ah, s, avete combinato? Ebbene, spero che non abbiate a pentirvene poi."
"Lo spero io pure," egli rispose.
"Vai a letto ora, Nellie," disse Bandford.
"S, ora vado."
"Bene, se Dio vuole, andiamo."
March guard il giovine: egli fissava lei e Bandford coi suoi occhi vivacissimi. March gli gett un'occhiata ardente: ella desiderava di restar sola con lui. Avrebbe voluto averlo gi sposato e che tutto fosse finito. D'un tratto ella si sent cos sicura con lui. Provava vicino a lui una strana pace, una strana sicurezza. Se soltanto avesse potuto dormire accanto a lui, e non con Jill! Ora aveva paura di Jill. In quel suo stato vago e tenero le pareva una tristezza di dover andare con Jill, a dormire con lei. Bisognava che il giovine la salvasse. Essa lo guard ancora.
Ed egli fissandola con occhi scrutatori, indovin qualcosa di ci che ella pensava. Non capiva, ma gli sapeva male che ella dovesse andare a dormire con Jill.
"Non dimenticher quello che mi avete promesso," diss'egli piantandole gli occhi negli occhi cos fissamente che pareva riempirla tutta del suo sguardo strano e lucente.
Poi le sorrise con dolcezza. Di nuovo ella si sent al sicuro con lui.
Ma a dispetto di tutte le sue cautele egli ebbe una delusione. Al mattino della partenza riusc a decidere March ad accompagnarlo alla citt vicina, a sei miglia di l. Essi andarono al municipio e fecero le pubblicazioni di matrimonio. Egli poi sarebbe tornato a Natale per la cerimonia e in primavera sperava di poterla condurre al Canad, ora che la guerra era finita per davvero. Quantunque molto giovine aveva messo da parte qualche risparmio.
"Non bisogna mai restare senza un po' di denaro," disse lui, "quando si pu."
Cos ella lo vide partire col treno dell'Ovest, poich il suo accampamento era a Salisbury Plain. Con gli occhi sbarrati ella lo vide allontanarsi e le parve che ogni cosa reale dileguasse dalla sua vita, come si dileguava il treno portandosi via quel curioso, fiorente e rosso viso che non pareva mutar mai d'espressione, salvo quando una nube di collera ricopriva la sua fronte o quando i lucidi occhi si affissavano nel suo sguardo immobile.
Sporgendosi dal finestrino del treno egli le andava dicendo addio con gli occhi fissi su lei, con lo sguardo perfettamente immobile. Nessuna emozione era sul suo viso, solo i suoi occhi diventavano fissi e penetranti, cos fissi e puntati su lei come quelli di un gatto che all'improvviso scorge qualcosa, n pi perde di vista la sua preda. Cos guardavano gli occhi di lui mentre il treno si allontanava ed ella restava l, presa in un senso di totale abbandono. Privata della sua presenza fisica, le pareva di non aver pi nulla di lui, no, pi nulla. Non c'era che il suo viso che le restava fitto nello spirito: le sue guance piene e fresche, la punta del suo naso diritto e, al di sopra, la fissit dei suoi occhi; ecco, tutto ci che poteva ricordare era il suo modo di arricciare il naso mentre rideva come fa un cucciolo quando ggnola giocando. Ma di lui, di lui proprio, di quello ch'egli era; nulla sapeva, non le restava pi nulla, dentro.
Nove giorni pi tardi egli ricevette questa lettera:
Caro Henry,
Ho riflettuto bene a questa cosa, ed ecco mi pare impossibile. Quando voi non siete qui allora vedo che pazza sono io. Quando siete con me si direbbe che mi tappate gli occhi e ch'io non posso pi vedere le cose come sono in realt. Voi mi fate vedere delle cose irreali, e non so cosa. E poi quando sono di nuovo sola con Jill, mi pare di ritornare in me, e capisco a che punto sono ridicola e quanto sono ingiusta verso di voi.
Perch dev'essere ingiusto che io debba continuare ad andare avanti con questa storia, quando non posso sentire nel mio cuore che realmente vi amo. So che la gente dice un mucchio di sciocchezze sull'amore; ed io non voglio fare altrettanto. Desidero stare ai patti, ed agire ragionevolmente. E mi pare che io non lo faccia. Non vedo, non capisco per quali motivi o per quali ragioni io vi dovrei sposare. So di non essere pazza d'amore per voi, come immaginavo di essere con altri, quando ero una scioccherella di ragazza. Voi mi siete completamente estraneo e mi pare che lo sarete sempre. Quali ragioni avrei dunque per sposarvi? Quando penso a Jill, essa  dieci volte pi viva e reale per me. Io la conosco e le voglio tanto bene, e mi detesto se le do il minimo dispiacere. Noi abbiamo una vita in comune e se anche non pu durare per sempre  la nostra vita, finch dura. E potrebbe durare, finch vive una di noi due. Chi sa quanto tempo avremo da vivere? Essa  una piccola cosa delicata; forse nessuno lo sa quanto me. Io ho la sensazione che potrei cascare nel pozzo da un momento all'altro. Quello che mi pare di non vedere affatto, siete voi. Quando penso a quello che sono stata e a tutto quello che ho fatto con voi, mi pare di avere una rotella fuori di sesto. Mi rincresce di pensare che il rammollimento cerebrale cominci cos presto, ma mi pare proprio che sia cos. Voi mi siete assolutamente estraneo e cos lontano dalle mie abitudini, che mi par proprio che non si abbia nulla in comune, noi due. Quanto all'amore, la parola stessa, fra noi, mi sembra impossibile: io so che cosa sia l'amore, quando penso a Jill, ma pensando a voi, lo trovo una cosa assolutamente impossibile. E poi andare al Canad! Dovevo ben essere fuor di cervello, quando vi promisi una cosa simile. Francamente, sono spaventata di me stessa. Sento che mi parrebbe di commettere una pazzia, della quale sarei irresponsabile, e finire la mia vita in un manicomio. Voi potete anche pensare che questa fine mi starebbe bene, ma capirete che non  un piacere per me. Grazie al cielo, c' qui Jill, e il fatto di averla qui mi tiene ancora ragionevole, altrimenti non so cosa farei. Potrebbe qualche sera accadermi un accidente col fucile. Io voglio bene a Jill: mi fa tornare savia e sensata con la sua affettuosa collera per le mie follie.
Ebbene, ci che vi voglio dire  questo: volete che piangiamo sopra questa illusione? io non posso sposarvi e veramente non far mai questo passo che mi sembra un errore, un grande errore. Mi sono resa veramente ridicola, e tutto quello che posso fare  di domandarvi scusa e di chiedervi di dimenticarmi e di non curarvi pi di me.
La vostra pelle di volpe  quasi pronta, e vien bene. Ve la mander per posta quando vorrete farmi sapere se questo indirizzo  ancora il vostro e se vorrete accettare le mie scuse per il modo veramente assurdo e folle col quale mi sono comportata verso di voi.
Jill vi manda i suoi migliori saluti. Sua madre e suo padre passeranno il Natale con noi.
La vostra sincera
ELLEN MARCH.
Il giovine lesse questa lettera al campo mentre faceva la pulizia del suo bagaglio. Strinse i denti, impallid di rabbia e i suoi occhi si cerchiarono di giallo. Non disse nulla, non vide nulla, non sent che una livida collera insensata. Battuto! Battuto ancora! Eppure egli la voleva, su di lei come un destino aveva fissato la sua scelta. Sentiva che era la sua sorte, il suo destino, il suo premio avere quella donna. Essa era il suo cielo e il suo inferno sopra la terra e in nessun modo ne avrebbe voluta un'altra. Rimase tutta la mattina come cieco di furore e di mala rabbia. Se non avesse occupato il suo spirito a cercare il mezzo per uscire da questa difficolt, certo avrebbe commesso qualche pazzia. Nel suo profondo sentiva qualcosa che urlava, che ruggiva, che serrava i denti, che voleva stritolare tutto. Ma egli era troppo intelligente, sapeva che la societ era sopra di lui e che egli doveva agire secondo un piano prestabilito. E cos, a denti stretti, col naso bizzarramente arricciato, come una creatura adombrata, coi suoi grandi occhi fissi ed intenti si profuse tutta la mattina intorno alle sue occupazioni, con furore represso.
Nel suo pensiero vi era una sola cosa: Bandford. Egli non si ferm alle effusioni di March, no. C'era una spina avvelenata che stava fissa nella sua mente: Bandford. Nel suo spirito, nella sua anima, nel suo essere c'era una sola spina che iniettava il veleno della follia: bisognava strapparsela; bisognava strappare dalla sua vita quella spina, la spina di Bandford, a costo di morirne.
Con quest'unica idea fissa in mente, and a chiedere un permesso di ventiquattr'ore, pur sapendo di non averne diritto. La sua coscienza era meravigliosamente chiara. Sapeva dove doveva recarsi: dal capitano. Ma come avrebbe potuto arrivare da lui? In quel gran campo di tende e di baracche di legno non aveva idea dove potesse trovarsi il capitano.
Si rec alla mensa degli ufficiali; il capitano era l in piedi a chiacchierare con altri ufficiali. Henry si ferm sulla porta sull'attenti:
"Posso parlare col capitano Berryman?"
Il capitano era anche lui della Cornovaglia.
"Che cosa volete?"
"Posso parlare col signor capitano?"
"Che cosa volete?" l'altro domand senza allontanarsi dal gruppo degli ufficiali.
Henry per un momento rimase a guardare il suo superiore, senza parlare.
"Lei non mi dir di no, vero?" domand gravemente.
"Secondo di cosa si tratta."
"Posso avere una licenza di ventiquattr'ore?"
"Non ne avete il diritto."
"Lo so che non ne ho il diritto, ma ne ho il bisogno."
"Avete sentito la risposta?"
"Non mi respinga, signor capitano!"
C'era qualcosa di strano in quel giovine cos ostinatamente piantato nel vano della porta. Il capitano afferr la stranezza e lo fiss sagacemente.
"Su, dimmi, cosa c'?" chiese, curioso.
"Sono in pensiero per una cosa; bisogna che vada a Blewbury," disse il giovine.
"Blewbury, eh? Dietro a qualche ragazza?"
"S, capitano,  una donna." Ed il giovine, stando in piedi, con la testa un po' piegata in avanti, divent d'un tratto spaventosamente pallido, giallo, e le sue labbra parvero esprimere la sofferenza. Il capitano lo vide e impallid un poco anche lui. Si volt da una parte.
"Andiamo dunque," disse, "ma per l'amor di Dio, non fare chiasso, eh? di nessun genere."
"No, signor capitano. Grazie!"
Era partito: il capitano, un po' turbato, prese un gin con l'amaro. Henry noleggi una bicicletta. Era mezzogiorno quando lasci il campo. Aveva sessanta miglia di strada da fare per vie traverse e infangate, ma si mise in sella e part, senza neanche mangiare un boccone.
Alla fattoria March stava da tempo affaccendata ad un lavoro. Una macchia di pini della Scozia era piantata all'estremit della rimessa, sopra un argine lungo il quale correva la staccionata tra due prati irti di giunchi. Il pi lontano di quegli alberi era morto, era morto nell'estate e se ne stava l coi suoi aghi bruni e secchi. Non era molto alto. March decise di abbatterlo, quantunque non avessero il diritto di toccare neppure un solo albero. Ma avrebbe fatto su un cos bel fuoco in quei tempi di combustibile scarso!
Da una settimana o pi essa dava di tanto in tanto qualche colpo d'ascia al tronco, lavorandovi attorno per cinque minuti; dava un colpo d'ascia in basso, vicino a terra, in modo che nessuno potesse accorgersene. Non aveva provato con la sega, perch da sola quello era un lavoro a cui ella non reggeva. Ma ora l'albero portava un largo spacco aperto alla base, e stava ritto come sopra un tendine, pronto a cadere; ma non cadeva.
Era un pomeriggio di dicembre, sul tardi; le nebbie fredde salivano dai boschi e dalle valli vicine, e l'oscurit aspettava per scendere dall'alto. C'era un po' di giallo, l dove il sole impallidiva oltre i boschi bassi e lontani. March prese l'ascia e s'avvicin all'albero. Il piccolo toc toc dei colpi risuonava piuttosto secco e duro intorno all'abitazione vestita d'inverno. Bandford usc dalla fattoria, avvolta nel suo grosso mantello, ma a testa nuda, di modo che i suoi radi capelli corti svolazzavano nel vento irrequieto che brusiva tra i pini e nel bosco.
"Quello che io temo," disse Bandford, " che cada sulla tettoia, e avremo poi un bel da fare a ripararla."
"Oh, non credo," fece March, drizzandosi ed asciugandosi col braccio la fronte madida di sudore. Era rossa in viso, con gli occhi dilatati e strani e il labbro superiore sollevato sui due incisivi bianchi: il che le conferiva un aspetto curioso, quasi da coniglio.
Un ometto grasso con un soprabito nero e un cappello duro, travers il cortile, ronzando; aveva una faccia rosea con la barba bianca e dei piccoli occhi di un azzurro pallido. Non era molto vecchio, ma nervoso, e camminava a passettini.
"Che ne dici tu, pap?" disse Bandford, "non credi che cadendo possa urtare nella rimessa?"
"Non credo," disse il vecchio, "nella rimessa no, ma probabilmente nella staccionata."
"Sono io che ho torto, come al solito," disse Bandford ravviando le ciocche di capelli che le svolazzavano davanti agli occhi.
Oramai l'albero era tenuto in piedi da poche fibre e si piegava scricchiolando al vento.
Era cresciuto sull'argine di un piccolo fosso asciutto, fra due prati. Sul ciglione dell'argine correva una siepe che raggiungeva le macchie dei pini in alto. Varie piante erano raggruppate vicino all'ovile e al cancello che dava nel cortile. Verso questo cancello giungeva dritta, attraverso i prati malinconici, la strada erbosa solcata da carraie che riallacciava la fattoria allo stradone. Fiancheggiava questa strada una staccionata sbilenca di pali dimezzati sostenuta a tratti da grossi tronchi.
Le tre persone se ne stavano l dietro all'albero in un canto del prato, proprio al di l del cancello del cortile. La casa con le due torrette ed il portico riposava linda nel suo giardinetto verde in fondo al cortile. Una donnetta grassoccia, con la faccia rosea, le spalle coperte da un piccolo scialle di lana rossa, era apparsa sotto il portico.
"Non  ancora gi?" domand con una vocetta stridula.
"Ci stiamo facendo su un pensiero," grid il marito.
Il tono con cui si rivolgeva alle due ragazze era sempre piuttosto canzonatorio. March si rifiutava di proseguire nel suo lavoro quando il vecchio era l. Quanto a lui non si sarebbe chinato neppure a raccogliere un fuscello se poteva farne a meno, e, come sua figlia, si lamentava sempre di reumatismi alla spalla.
Cos, in quel freddo pomeriggio, i tre rimasero in piedi per un momento tranquilli nell'angolo vicino alla corte.
D'un tratto udirono un cancello sbattere lontano ed allungarono il collo per vedere. Laggi sul sentiero qualcuno risaliva in bicicletta e sobbalzando sul terreno si avvicinava.
"Ma guarda,  uno dei nostri ragazzi,  Jack," fece il vecchio.
"Non pu essere," disse Bandford.
March alz la testa per vedere. Essa sola riconobbe la figura in uniforme kaki. Arross, ma non disse nulla.
"No, non  Jack, non credo," disse il vecchio, puntando sul ciclista i piccoli occhi rotondi e azzurri sotto il biancheggiare delle ciglia.
Dopo un momento la bicicletta giunse in vista e il giovane salt gi al cancello. Era Henry col viso sudato e rosso; tutto coperto di fango.
"Oh!" grid Bandford come spaventata. "Ma  Henry!"
"Cosa?" disse il vecchio. Egli aveva un modo di parlare piuttosto grossolano, rapido, brontolone, ed era leggermente sordo. "Cosa? cosa? chi ? chi dite che c'? Quel giovane? Quel giovane di Nellie? Oh! Oh!" E la sua faccia rosea e le sue ciglia bianche si illuminarono del suo sorriso satirico.
Henry che si stava ravviando i capelli bagnati sulla fronte fumante, li aveva avvistati e aveva sentito quello che il vecchio diceva. La sua giovane faccia accaldata sembrava fiammeggiare nella luce fredda.
"Oh, siete qui tutti!" egli disse dando nella sua improvvisa risata da cagnolino giovane. Era cos accaldato e stordito dalla corsa che sapeva appena dove egli fosse. Appoggi la bicicletta contro la staccionata e si arrampic sull'argine senza entrare nella corte.
"Ebbene, devo dire che proprio non vi si aspettava," fece Bandford laconicamente.
"No, non lo credo nemmeno io," egli rispose guardando March.
Essa se ne stava in disparte un po' stanca, con un ginocchio abbandonato e la testa dell'ascia appoggiata a terra. I suoi occhi erano sbarrati e vuoti ed il labbro superiore rialzato scopriva i denti, conferendole un aspetto sconsolato, incantato, da coniglio. Appena ebbe scorto il viso di brace del giovine tutto fu finito per lei. Si sent impotente, come fosse stata legata. Che momento quando vide quella testa tesa in avanti!
"Ebbene, ma chi  costui?" domand il vecchio sorridendo ironicamente, con voce borbottante.
"Ma s, il signor Grenfel del quale ci avete sentito parlare, babbo," disse Bandford freddamente.
"Lo credo che vi ho sentito parlare di lui. Non ho sentito parlare d'altro," borbott il vecchio con il suo strano, piccolo sorriso canzonatorio. "Tanto piacere!" aggiunse, stendendo improvvisamente la mano a Henry.
Il giovine sorpreso strinse quella mano. E i due uomini presero a discorrere tra loro.
"In bicicletta da Salisbury Plain?" domand il vecchio.
"S."
"Un bel pezzo di strada. Quanto ci avete messo? Parecchio, qualche ora suppongo."
"Quattro ore."
"Eh? Quattro? E quando ripartirete?"
"Ho la licenza fino a domani sera."
"Fino a domani sera, eh? Le ragazze non vi aspettavano, non  vero?" Il vecchio volse con aria canzonatoria verso le ragazze i suoi piccoli occhi tondi di un azzurro pallido sotto le bianche ciglia. Anche Henry si volse a guardarle. Adesso era un po' imbarazzato. Guard March che se ne stava con lo sguardo fisso in distanza come per vedere dov'era il bestiame. Aveva la mano sul manico dell'ascia poggiata con la testa mollemente in terra.
"Cosa stavate facendo?" domand con voce dolce e cortese. "Stavate abbattendo un albero?"
March non sembrava udire, era come in estasi.
"S," disse Bandford. " pi di una settimana che siamo dietro."
"E avete fatto tutto questo da sole?"
"Nellie ha fatto tutto, io non ho fatto nulla," disse Bandford.
"Davvero? Ma avete dovuto faticare ben bene," disse egli rivolgendosi in tono strano e gentile a March che non rispose, ma rimase voltata a met da una parte, con gli occhi fissi verso i boschi, come in sogno.
"Nellie!" grid Bandford aspramente. "Non vuoi rispondere?"
"Cosa? Io?" grid March trasalendo e guardando dall'uno all'altro. "Avete parlato con me?"
"Sognava," borbott il vecchio volgendosi a sorridere. "Eh dev'essere innamorata, per sognare cos ad occhi aperti!"
"Avete parlato con me?" replic March guardando il ragazzo come da una lontananza bizzarra, con gli occhi sbarrati e dubitosi, il viso che delicatamente arrossiva.
"Dicevo che dovete aver avuto il vostro da fare con quell'albero," rispose lui cortesemente.
"Oh, questo! A poco a poco... Pensavo che a quest'ora dovrebbe gi essere gi."
"Ringrazio il cielo che non sia venuto gi di notte. Ci avrebbe fatto una paura da morire," disse Bandford.
"Lasciate che ve lo finisca io!" disse il giovine.
E March pieg verso di lui il manico dell'ascia.
"Vi farebbe piacere?" diss'ella.
"S, se lo desiderate."
"Mi piacerebbe che fosse gi abbattuto, ecco tutto," replic con noncuranza.
"Da che parte cadr?" disse Bandford. "Colpir la rimessa nel cadere?"
"No, non la toccher, vedrete," egli rispose. "Io crederei che finir a cadere laggi. Quantunque poi potrebbe torcersi e colpire la staccionata."
"Che colpire la staccionata!" esclam il vecchio, "colpire la staccionata quando  tutto pericolante dalla parte opposta? Suvvia, la staccionata  ancora pi lontana della rimessa. Non ci arriver."
"No," disse Henry, "non lo credo neanche io. Ha posto abbastanza per cadere senza danno, e credo che cadr nello spazio libero."
"Non cadr mica indietro, proprio su di noi?" domand il vecchio, sarcastico.
"No, non dubitate," disse Henry, togliendosi il mantello e la giubba. "Eh, anatre, via!"
Una fila di quattro anatre picchiettate di marrone, guidate da un maschio bruno e verde, scendevano dal prato soprastante, gi per il pendio beccheggiando come vascelli sopra un mare agitato. Venivano gi a tutta velocit verso la staccionata e verso il gruppetto di gente, gracchiando concitatamente come se recassero nuove della "Invencible Armada."
"Stupidelle, stupidelle!" grid Bandford avanzandosi per scacciarle, ma esse ritornavano verso di lei avidamente, aprendo i loro becchi verdi e gialli e gracchiando come se volessero dire qualche cosa nel loro eccitamento.
"Non c' nulla da mangiare. Non c' niente per voi. Andate via. Andatevene in corte."
Esse non si mossero; allora lei si arrampic sulla staccionata per ricacciarle verso il cancello e nella corte. E cos se ne andarono in una fila eccitata e claudicante, dondolando i loro codioni, simili a prore di gondola e abbassando la testa per passare sotto le sbarre del cancello. Bandford se ne stava in cima all'argine, a cavallo della staccionata, guardando gli altri tre dall'alto.
Henry alz il capo verso di lei e incontr i suoi occhi strani dalle pupille rotonde che fissavano debolmente la scena da dietro gli occhiali. Egli era perfettamente calmo: si volt a guardare in su verso l'albero inclinato ed intaccato alla base. E mentre guardava il cielo, come un cacciatore che osserva il volo di un uccello, egli pens tra s: se l'albero cade proprio dove penso io e per poco che si torca, dovr cadere in quel punto, allora quel ramo l la colpir in pieno, mentre  l ritta sull'argine.
Poi la guard di nuovo: ella liberava la fronte dai capelli col suo solito gesto.
Nel suo cuore aveva deciso la morte di lei.
Una forza calma e terribile era in lui, una potenza tutta sua. Per poco che si fosse voltato nella direzione contraria, avrebbe perduto quella potenza.
"State attenta, signorina Bandford," egli disse allora e il suo cuore stette perfettamente fermo, nella terribile, assoluta volont che ella non si muovesse.
"Che, io stare attenta?" grid lei col tono beffardo di suo padre. "Ma come, credete forse di potermi colpire con la vostra ascia?"
"No, ma potrebbe darsi che l'albero..." egli rispose asciutto.
Ma a Bandford parve che il tono della sua voce volesse solamente significare che la sua era una falsa sollecitudine, che egli volesse farla andar via di l.
" assolutamente impossibile," ella disse.
Egli comprese, ma si contenne in una gelida calma per paura che gli venisse meno quel suo potere.
"No,  forse possibile, fareste meglio a scendere di l."
"Oh, va bene, ed ora fateci vedere la famosa maniera con cui si abbattono gli alberi al Canad," essa ribatt.
"Pronti, dunque?" disse egli prendendo l'ascia e guardandosi attorno per assicurarsi che il campo era libero.
Ci fu un momento di immobilit ansiosa durante il quale sembrava che il mondo si fosse arrestato. Poi d'un tratto la statura del giovine parve grandeggiare prodigiosamente e assumere proporzioni paurose. Egli assest due colpi rapidi e lampeggianti, l'uno dietro l'altro, senza intervalli. L'albero reciso gir lentamente su se stesso, poi ruotando nell'aria in modo strano si abbatt come una improvvisa tenebra sulla terra. Nessuno vide quello che accadeva, nessuno, all'infuori di lui. Nessuno intese lo strano piccolo grido che Bandford gett al momento che la cupa estremit del ramo s'abbatt su di lei. Nessuno la vide abbassarsi un poco e ricevere il colpo sulla nuca. Nessuno la vide riversa e giacente a terra, piccolo mucchio convulso al piede della staccionata. Nessuno... tranne il giovine. Ed egli la fissava con gli occhi intenti e vividi come avesse osservato un'oca selvatica che aveva uccisa. Era ferita o morta?
Egli diede in un alto strido, e March proruppe in un urlo selvaggio che risuon al di l del pomeriggio, e il padre cacci uno strano muggito. Il giovine salt la staccionata e corse verso Bandford.
La nuca e la testa erano tutte una massa di sangue e d'orrore. Egli la volt. Il corpo si dibatteva in piccole contorsioni. Ma Bandford era veramente morta: egli lo sapeva, sapeva che era morta. Lo sentiva nella sua anima, lo sentiva nel suo sangue. L'intimo fato della sua vita si compieva. Era lui che doveva vivere! La spina era strappata dalle sue carni.
Egli l'adagi per terra, garbatamente. Era morta.
Allora balz in piedi. March stava l in piedi, anche lei, immobile, come pietrificata. La sua faccia era pervasa da un pallore mortale, i suoi occhi simili a due grandi pozze nere; il vecchio s'arrampicava orribilmente sopra la staccionata.
"Temo che l'abbia uccisa," disse Henry.
Il vecchio esalava suoni strani e balbettanti, arrabattandosi su per la staccionata.
"Cosa?" grid March, con un brivido convulso.
"S, ho paura..." ripet il ragazzo.
March allora si fece avanti, ma il giovine era gi oltre la palizzata, prima che essa vi arrivasse.
"Cosa dite? uccisa?" ella lo invest bruscamente.
"Ho paura di s..." rispose lui, piano.
Ella si fece ancor pi pallida, pi sbigottita: e i due stettero per un istante a guardarsi a faccia a faccia. I neri occhi di March lo fissarono con un ultimo sguardo di resistenza. E allora in un'ultima stretta d'angoscia ella cominci a piangere, a gemere nel modo convulso di un fanciullo che non vorrebbe piangere, ma che squassato dal di dentro, d in piccoli singhiozzi bruschi ed angosciosi che non sono ancora pianto.
Egli aveva vinto. Ella era rimasta l, come spezzata, scossa dai singhiozzi, con la bocca contratta da un tremito convulso. E allora, come fanno i bambini, proruppe in uno scroscio di pianto, in un diluvio di lacrime. Essa s'accasci sull'erba e rimase l con le mani sul petto, il viso alzato, in un pianto cieco e convulso. In piedi, vicino a lei, Henry la fissava pallido e muto, senza fare il minimo movimento. Nonostante tutta la tortura della scena e la tortura del suo cuore e dei suoi visceri, egli era contento. Aveva vinto.
Dopo un po' si chin a prenderle le mani.
"Non piangete," le disse dolcemente, "non piangete."
Essa alz verso di lui i suoi occhi lagrimosi, con uno sguardo vuoto di scoramento e di sommissione. Essa lo fissava, lo fissava con occhi senza sguardo ma che pur erano diretti a lui. Non l'avrebbe abbandonato pi. Egli l'aveva vinta; lo sapeva ed era soddisfatto, perch egli la voleva per sempre. La sua vita era tutta in lei ed ora l'aveva vinta. Questo era necessario alla sua vita.
Ma se egli l'aveva vinta, non l'aveva ancora.
Si sposarono a Natale, com'egli aveva deciso, dopo aver ottenuta una nuova licenza di dieci giorni. Si recarono in Cornovaglia, nel villaggio di lui, in riva al mare. Egli capiva del resto che era per lei una sofferenza intollerabile di restare pi oltre in quella fattoria.
Ma sebbene March gli appartenesse e vivesse ormai nella sua ombra, e non potesse vivere lontana da lui, tuttavia essa non era felice. Non voleva lasciarlo, eppure non si sentiva libera con lui. Tutto intorno a lei sembrava guatarla, sembrava opprimerla.
Egli l'aveva vinta; l'aveva con s: era sua moglie. Ed essa gli apparteneva e lo sapeva, ma non era contenta. Egli si sentiva deluso, comprendeva che per quanto fossero sposati e che essa fosse sua in tutte le maniere, e volesse abbandonarsi a lui, lo volesse ardentemente, e non volesse altro, in fondo essa gli sfuggiva.
Qualche cosa le mancava. Anzich rinascere a nuova vita, l'anima di lei sembrava avvizzire e sanguinare, come ferita.
Ella soleva stare lungo tempo seduta con la mano nella mano di lui, guardando lontano sul mare. E nei suoi scuri occhi smarriti, v'era come una ferita, e il suo viso appariva affilato. Se egli le parlava, ella si volgeva verso di lui, con un suo fievole e insolito sorriso, il tremulo e strano sorriso di una donna, che, morta ai vecchi affetti, non pu ritrovarne ancora uno nuovo. Sentiva tuttavia che doveva fare qualche cosa, qualche sforzo, ma che non vi era nulla da fare, nessuna possibilit.
Ella non poteva accettare di essere sommersa da questo nuovo amore; ma se essa amava, doveva in qualche modo sforzarsi di amare. Sentiva il triste bisogno della nostra epoca di sforzarsi ad amare; senonch sapeva che di fatto non poteva sforzarsi ad amare. Egli quell'amore non l'avrebbe voluto: questo oscurava la sua fronte. No, egli non avrebbe voluto che ella sentisse l'amore come uno sforzo verso di lui.
No, ella doveva essere passiva, acquiescente, lasciarsi sommergere sotto la superficie dell'amore. Ella doveva essere simile a quelle alghe che si vedono guardando gi dalla barca e che si abbandonano al flutto della corrente ondeggiando soavi sotto alle acque con tutte le loro fibre delicate; estremamente sensitive e palpitanti dentro il tenebroso mare, esse non possono mai elevarsi finch vivono, n mai guardare al di sopra delle acque. Non mai, non mai poter guardare sopra le acque, fino alla morte, fino a quando potranno galleggiare, cadaveri fluttuanti, alla superficie: ma mentre esse vivono sono sempre sommerse, sempre sotto le onde! E sotto le onde possono diramare potenti radici, pi forti del ferro, possono essere tenaci e perigliose nel loro leggero ondulare entro il flutto, essere pi forti e pi indistruttibili di qualunque quercia gagliarda sopra la terra. Ma era sempre sotto le acque che esse erano costrette a vivere, sempre sotto le acque. E lei, essendo donna, doveva essere simile a quelle alghe marine.
March invece era stata abituata tutt'all'opposto: aveva sempre dovuto prendere sopra di s tutte le iniziative per gli affetti e per la vita e tutte le responsabilit. Giorno per giorno ella aveva dovuto pensare al giorno che veniva dopo, all'anno di poi, alla salute, alla felicit, al benessere della sua cara Jill. Veramente, nella sua piccola cerchia, essa si sentiva responsabile del benessere del mondo. E questo era stato il suo grande stimolo, questo sentimento che nella sua piccola sfera era lei responsabile del benessere del mondo.
Ed ora aveva fallito. Sapeva che nella sua piccola cerchia aveva fallito. Essa non era riuscita a soddisfare il suo bisogno di responsabilit. Era una cosa tanto difficile: sembrava cos bella e facile da prima, e pi ella ci si provava, pi diventava difficile. Era cos semplice l'idea di fare felice una creatura amata, e pi ci si provava, meno riusciva. Era terribile. Per tutta la vita essa aveva teso la mano per afferrare un successo che pareva sempre l prossimo ad essere raggiunto, tendeva la mano nel suo massimo sforzo, e quello fuggiva sempre pi in l dal punto massimo dove ella poteva giungere. Sempre pi in l, vagamente, fuori della sua portata, ed essa era rimasta alla fine con le mani vuote: la vita, la felicit ed il bene verso cui essa tendeva, tutto si allontanava da lei, tutto diventava irreale quanto pi essa protendeva la mano ad afferrarlo. Essa bramava una sua mta, e mte non ve n'erano. Sempre quell'orribile tensione, sempre quello sforzo per raggiungere qualche cosa che era appena pi in l, anche quando si trattava di far felice Jill.
Era contenta che Jill fosse morta, perch aveva compreso che non avrebbe mai potuto farla felice. Jill avrebbe continuato a tormentarsi, a diventare sempre pi magra, sempre pi debole. I suoi dolori crescevano sempre invece di diminuire: sarebbe stato cos per sempre. Meglio fosse morta.
E se Jill si fosse sposata, sarebbe stata la stessa cosa. La donna si arrabattava per far felice l'uomo e si affaticava entro la sua cerchia per il benessere del suo mondo, ma sempre invano. Piccoli, vani successi di denaro o di ambizione, s; nel punto sul quale pi desiderava il successo, nello sforzo angoscioso di fare felice e beata una persona amata, l il fallimento era addirittura una catastrofe.
Volevate fare felice il vostro amore e vi sembrava di poterci arrivare, bastava fare questa o quella cosa; facevate questa o quella cosa in tutta buona fede, ed ogni volta il fallimento diventava pi pauroso. Potevate amare svisceratamente, potevate tendervi e sforzarvi fino all'osso e le cose sarebbero andate di male in peggio, di male in peggio per quel che si riferiva alla felicit, al tremendo errore della felicit.
La povera March, nella sua buona volont e nel suo senso della responsabilit, si era sforzata tanto e tanto che le sembrava ormai che la vita e le cose altro non fossero che un orribile abisso di vuoto.
Quanto pi tentate di raggiungere il fiore fatale della felicit, ondeggiante, azzurro ed amabile sopra un crepaccio appena fuori della portata della vostra mano, e pi paurosamente vi rendete conto della terribile profondit del precipizio che  sotto di voi e nel quale cadrete inevitabilmente come in un pozzo senza fondo, se vi sporgerete un poco di pi. Cogliete un fiore dopo l'altro, ma non  mai quel fiore. Quel fiore, il suo calice  la voragine tremenda, il pozzo senza fondo.
Questa  tutta la storia della ricerca della felicit, sia che vogliate raggiungerla per voi stessi o per un altro. Termina sempre in quel pauroso senso del nulla senza fondo nel quale cadrete inevitabilmente, se vi sporgete un poco di pi.
Le donne? Quale meta pu prefiggersi nella vita una donna, se non la felicit: la felicit per s e per tutto il mondo? Quella e nessun'altra, e cos essa prende su di se la responsabilit e si incammina verso la sua mta. La pu vedere a portata di mano, al piede dell'arcobaleno, oppure un po' pi in l, nell'azzurro, ma non lontano, non lontano. Ma la fine dell'arcobaleno  una voragine senza fine nella quale potete cadere per sempre, senza mai toccare il fondo, e la lontananza azzurra  un pozzo vuoto che pu inghiottire voi e tutti i vostri sforzi generosi nel suo nulla, ed essere ancora ugualmente vuoto. Voi e tutti i vostri sforzi. Tale  l'illusione dell'irraggiungibile felicit.
Povera March! Essa si era incamminata cos mirabilmente verso la sua mta azzurra, e man mano che era andata pi avanti, pi si era resa conto della sua vacuit. Un'agonia, una follia alfine.
L, ora era contenta che fosse finito. Era contenta di starsene a sedere sulla riva e di guardare verso ponente sul mare, e sapere che il suo grande sforzo era finito. Non avrebbe pi cercato di raggiungere l'amore e la felicit. E Jill era morta. Povera Jill, povera Jill, dev'essere dolce essere morti! Per parte sua, la morte non era nel suo destino. Essa doveva abbandonare il suo destino al ragazzo, ma egli voleva pi di questo egli voleva che essa si abbandonasse a lui senza difesa, che si sommergesse in lui. Ed essa, essa voleva star seduta quieta, come una donna sulla ultima pietra miliare del suo cammino, e guardare. Voleva vedere, sapere, comprendere. Voleva essere sola, con lui al suo fianco.
Ed egli! egli non voleva che essa guardasse pi, vedesse pi, comprendesse pi nulla. Egli voleva velare il suo spirito di donna come gli orientali alla donna velano il viso. Voleva che essa si abbandonasse a lui e addormentasse il suo spirito indipendente. Egli voleva privarla di tutto il suo sforzo, toglierle tutto quello che a lei sembrava la sua vera raison d'tre. Voleva sottometterla, piegarla, farle abbandonare tutta la sua forte coscienza. Voleva prenderle tutta la sua coscienza e fare di lei soltanto una donna, soltanto la sua donna.
Ma essa era cos stanca! Pareva un bimbo sonnacchioso che combatte contro il sonno, come se il sonno fosse la morte. Sembrava una che sbarrasse sempre pi gli occhi nello sforzo ostinato e nella tensione di tenersi desta. Essa voleva stare sveglia, voleva sapere, considerare, giudicare e decidere, essa voleva tenere le redini della sua vita nelle sue mani, voleva essere una donna indipendente fino alla fine. Ma era cos stanca, cos stanca di tutto... ed il sonno sembrava cos vicino e vi era tanto riposo presso al giovine.
E l, seduta in una nicchia negli scogli alti e selvaggi della Cornovaglia, guardando verso ponente sul mare essa sbarrava sempre pi i suoi occhi. Laggi, verso ponente, il Canad, l'America. Essa avrebbe saputo, avrebbe veduto cosa l'avvenire le riserbava. E il giovine seduto vicino a lei, abbassato a guardare i gabbiani, aveva una nube sulla fronte e negli occhi uno sguardo scontento. Egli la voleva addormentata, in pace con lui, la voleva pacificata, addormentata in lui. Ed essa era l morta dalla fatica che faceva per star desta, e tuttavia non voleva ancora dormire, no, mai. Talvolta egli pensava amaramente che avrebbe fatto meglio a lasciarla, che non avrebbe dovuto uccidere Bandford, che avrebbe dovuto lasciare Bandford e March uccidersi scambievolmente.
Ma era soltanto impazienza, ed egli lo sapeva. Egli attendeva, attendeva di andare verso occidente. Provava un desiderio quasi tormentoso di andarsene verso occidente, di portare via March, di lasciare quei lidi. Pensava che quando avessero attraversato i mari, avessero lasciato quell'Inghilterra che egli odiava tanto perch gli sembrava quasi che lo avesse avvelenato, essa si sarebbe addormentata, avrebbe alfine chiuso gli occhi e si sarebbe abbandonata a lui. E allora egli l'avrebbe avuta, e avrebbe avuto la sua propria vita, finalmente. Dolorava al pensiero di non avere la sua vita, quella vita che non avrebbe avuta mai, fino a quando ella non si fosse abbandonata e riposata in lui. Solo allora avrebbe avuto tutta la sua vita, come uomo giovane, come maschio, ed essa avrebbe avuto la sua vita di femmina e di donna. E sarebbe finita in lei quella tremenda tensione, non sarebbe pi stata una donna indipendente con la responsabilit di un uomo. No, perfino la responsabilit per la sua stessa anima essa avrebbe dovuto cederla a lui. Egli sapeva che doveva essere cos, e ostinatamente combatteva attendendo che ella si arrendesse.
"Ti sentirai meglio, quando saremo al di l dei mari, laggi al Canad," egli le disse un giorno mentre sedevano tra le rocce della scogliera.
March guard all'orizzonte sul mare, come se non fosse reale, poi si volse a fissare Henry con lo sguardo stanco di un bimbo che combatte col sonno.
"E ora, posso?" diss'ella.
"S," rispose lui, quieto.
E le palpebre di lei si abbassarono lentamente sotto il peso del sonno. Ma essa le sollev ancora per dire:
"S, forse, non posso dire, non posso dire come sar laggi."
"Potessimo andarci presto!" fece lui con voce accorata.
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...
FINE.